di Giuseppe Corsentino

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Nuova operatività ristori Emilia-Romagna

A partire dal 21 novembre ampliata l’operatività dei Ristori da €300 milioni riservati alle imprese colpite dall’alluvione in Emilia-Romagna. La nuova misura, destinata a indennizzare le perdite di reddito per sospensione dell’attività per un importo massimo concedibile di 5 milioni di euro, è rivolta a tutte le tipologie di impresa con un fatturato estero minimo pari al 3%.


Siamo talmente abituati noi giornalisti a sfogliare i report, gli studi sul futuro dell’economia, che arrivano in continuazione sui nostri computer da tutte le fonti possibili – aziendali, bancarie, universitarie – che difficilmente riusciamo a sottrarci, cinici come ci conoscete cari lettori, a quella famosa battuta dell’economista americano Kenneth Galbraith (morto nel 2006), liberale ma molto molto di sinistra, secondo cui (testuale) «l’unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l’astrologia».

Forse esagerava. E la prova è quest’ultimo report “L’Italia delle imprese 2022”, una ventina di pagine fitte di tabelle e grafici, preparato da Allianz Trade in collaborazione con il centro studi romano Format Research (un think tank originale, fondato da un professore di filosofia, Pier Luigi Ascani, e quindi con un approccio non solo matematico-statistico ai fatti dell’economia).

Qui c’entra poco l’astrologia ma quella particolare situazione che ancora Galbraith aveva ben spiegato nel suo piccolo capolavoro “L’Età dell’incertezza” (The Age of Uncertainty del 1977, pubblicato in Italia da Mondadori) diventato una bussola che tuttora, anzi oggi più che mai, ci guida in un mondo sempre più incerto, insicuro, imprevedibile, perfino malfermo e vacillante.

Dotarsi di una bussola, appunto, è quello che hanno fatto gli esperti di Format Research e di Allianz Trade che dal 19 al 30 maggio hanno intervistato 1800 aziende, campione significativo di 92mila imprese grandi piccole e medie. Interviste e ascolto intelligente che hanno permesso di identificare cinque aree critiche con cui dovrà confrontarsi e fare i conti nel prossimo futuro l’Italia delle imprese (che è, infatti, il titolo dello studio).

Sono cinque aree critiche – energia, supply chain, costo delle materie prime, costo del denaro e quindi, per conseguenza diretta, rischio del credito – che vengono analizzate attraverso una serie di filtri che vanno dal tasso di fiducia nel mercato all’impatto su fatturato e margini, dall’occupazione agli investimenti ai fabbisogni finanziari.

Cominciamo col dire che lo scenario è decisamente negativo. “La sensazione di non essere una volta tanto la Cenerentola d’Europa è durata poco” attacca lo studio. Nel 2021, primo anno post-Covid, il Pil italiano è rimbalzato del 6,5% (l’anno precedente, pieno Covid, era letteralmente sprofondato di 8,9 punti, sotto la Germania (-4,9), la Francia (-8), gli Stati Uniti (-3,5) mentre la Cina, il Grande Untore, “teneva” (a +2,3).

La guerra in Ucraina, con tutte le conseguenze che sappiamo sul mercato dell’energia che, a sua volta, ha innescato l’inflazione come non si vedeva dagli anni Ottanta, ha cambiato bruscamente (radicalmente?) le prospettive: la crescita mondiale s’è bloccata, il Pil crescerà del 2,6% quest’anno e di un più modesto 1,5% nel 2023. Il mondo sta tirando il freno. Il Pil degli Stati Uniti crescerà di due punti quest’anno e solo di uno l’anno prossimo. L’Eurozona del 2,8% quest’anno e dell’1,5% nel 2023. La Gran Bretagna fa il 3,2% quest’anno e l’1% il prossimo. “Il costo totale dell’impatto, diretto e indiretto, della guerra in Ucraina” avverte lo studio “si attesta a 1,2% del Pil mondiale nel 2022 e allo 0,6% nel 2023”.

Soffiano venti contrari allo sviluppo in tutto il pianeta. Crollano le obbligazioni e i mercati azionari (che hanno già perso il 20% da inizio anno ma “hanno ancora spazio per scendere ulteriormente” avvertono quasi con pudore gli estensori dello studio).

In questo contesto l’Italia che fa? Diciamo subito che l’Italia è uno dei paesi più fortemente esposti alla crisi. “I margini delle imprese” continua il paper “sono sotto pressione già dal 2021 per cui inflazione e aumento dei tassi non potranno che avere ulteriori conseguenze negative”. Basti dire che un aumento dei tassi di 100 punti-base avrà un impatto negativo sui margini aziendali di almeno due punti percentuali (in un contesto, si avverte, in cui una certa generosità fiscale da parte del governo, indotta dalla crisi Covid, non ci sarà più nel 2023 con inevitabile aumento della pressione).

Conseguenza: aumenteranno fallimenti (già nel 2021 erano cresciuti del 21% a 7.160 casi) e insolvenze (l’indice globale delle insolvenze, un indicatore messo a punto da Allianz Trade, società specializzata nell’assicurare i crediti delle aziende, salirà del 10% nel 2022 e del 14% nel 2023). A tutto ciò si aggiungerà la crisi politica post-elezioni 2023, crisi che “potrebbe innescare un periodo di instabilità e una forte reazione dei mercati finanziari” (è la previsione, nera, dello studio).

Tutto questo non potrà che aggravare i cinque fattori di rischio citati prima (energia, supply chain, costi materie prime, costi e rischi del credito). Partiamo con l’energia. Per il 75,8% degli imprenditori intervistati il caro-energia avrà un effetto devastante sull’Ebitda, sui margini industriali, e il 73,3% teme un “impatto rilevante” sul fatturato. Un altro 71,3% teme conseguenze sulla liquidità aziendale, e il 51,5% è preoccupato per i tagli all’occupazione. Per tutti un’unica strategia per salvarsi: aumentare i prezzi (53,6% del campione). Solo il 15,3% pensa di ricorrere a fonti di energia rinnovabili e il 10% di mettere in campo politiche di risparmio energetico (l’11% pensa, addirittura, di tagliare i costi “tout court”).

Passiamo alle “catene spezzate della fornitura” come da titolo (efficace) del capitolo “supply chain”. Qui il 69,7% del campione teme una riduzione dei margini e il 69,4% un taglio del fatturato. Il 67,4% trema per la liquidità e il 49,6% per l’occupazione. Strategia di difesa (come nel caso precedente dell’energia): aumento del prezzo del prodotto finito (55,6%).

Ancor più pesanti le conseguenze dell’aumento dei costi delle materie prime. Il 78,5% teme una riduzione dei margini, il 76,5% una riduzione del fatturato e il 74,7% una riduzione drastica della liquidità. Il 56,9% si preoccupa dell’occupazione. Anche qui non c’è che una via d’uscita: l’aumento del prezzo del prezzo (62,3%).

Anche il costo del credito mette in ansia gli imprenditori. Il 37% paventa una riduzione pura e semplice del credito, il 41% è preoccupato per “il peggioramento delle condizioni di erogazione”, cioè banche più severe e selettive, e il 38,5% teme un “peggioramento della situazione delle garanzie richieste”.

L’unica differenza in questo caso è la strategia di risposta di fronte al sistema bancario che chiude i rubinetti. Solo il 14,1% degli imprenditori dichiara di voler annullare totalmente gli investimenti programmati; il 4,2% li sospende e aspetta tempi migliori e il 2,8 li riduce. Ma la vera notizia è che il 36,5%, un terzo degli intervistati, assicura che andrà comunque per la sua strada, nessuna modifica degli investimenti programmati.

Ed è questa una bella prova di resilienza come si usa dire oggi. Anche perché non ci sono solo il taglio e/o la riduzione del credito bancario ma anche l’aumento delle insolvenze, i clienti che pagano in ritardo (oltre i 90 giorni secondo il 19,8% del campione) o non pagano affatto. Il rischio del credito, in effetti, è aumentato dell’11,6% e del 10,2% rispettivamente per perdite parziali o totali (default) nel mercato domestico. Le stesse percentuali scendono rispettivamente all’8,2% e al 7,4% quando si opera sui mercati esteri.

Come ci si difende in questi casi? Stando attenti alla selezione dei clienti (32,7%) oppure ricorrendo a “strumenti di gestione del credito” (25,7%), per esempio polizze assicurative. Come quelle proposte da Allianz Trade. E così il cerchio si chiude.

Buon lavoro, Italia.