L’inflazione erode il potere d’acquisto dei nostri soldi, sì questo lo sappiamo soprattutto noi italiani che ora dobbiamo fare i conti con un’inflazione all’8%, che è tantissimo dopo due decenni di calma piatta sul fronte monetario ma che è solo una frazione rispetto quel che era il “caro vita” negli anni ’80 con inflazione e contingenza a inseguirsi nelle buste paga (poi tutto finì con un referendum, come si sa, e qualche tempo dopo con la moneta unica).

L’inflazione divora redditi e risparmi, distrugge il potere d’acquisto: anche questo lo sappiamo (soprattutto quando si va a fare la spesa). Quel che non sappiamo o che sappiamo poco, giusto quella spiacevole sensazione di aver acquistato meno cose con gli stessi soldi, è quanto “potere d’acquisto” si perde con l’apprezzarsi e/o il deprezzarsi della moneta.

L’indice Big Mac di “The Economist”

Ma per questo, per fare questa misurazione non in maniera scientifica ma con un buon tasso di approssimazione alla realtà c’è – da trentacinque anni! – un indice quasi infallibile messo a punto dal settimanale britannico “The Economist”, vero punto di riferimento giornalistico del capitalismo mondiale.

L’indice misura il “potere d’acquisto” di una moneta – dollaro, sterlina, euro, yen e così via per tutte le divise del mondo – partendo dal numero di Big Mac (il prodotto flagship della catena Mc Donald’s) che si possono acquistare, appunto, con un dollaro, un’euro, una sterlina.

Si tratta di un indice meno rozzo di quel che si può immaginare perché, oltre al tasso d’inflazione puro e semplice, tiene conto di altre fondamentali variabili come il costo della materia prima (la carne), il costo della manodopera, la forza dell’economia di un Paese, il suo pil, il suo debito, il suo tasso d’occupazione, la produttività: tutte variabili, si capisce, incorporate nel costo del prodotto e quindi nel prezzo finale al consumatore.

Il “Big Mac” di Luglio dice 1: 1 e non 1,11

Ebbene, l’indice Big Mac dell’Economist di luglio (andate a controllare sul sito del settimanale) segnala che il dollaro resta la moneta più forte rispetto a tutte le altre del paniere e che il tasso di cambio reale – tenendo conto cioè di tutte le variabili macroeconomiche elencate prima, dal pil al tasso di produttività e così via – tra dollaro ed euro è di 1:1 e non di 1,11 che è, invece, il cambio registrato in questi giorni sui mercati finanziari. 

Detto in altre parole, questo vuol dire che un Big Mac costa l’11% in più in un Mac Donald’s degli Stati Uniti rispetto all’Europa e  che il prezzo più alto certifica, come scrive l’Economist, la maggiore forza e la maggiore ricchezza dell’economia americana rispetto al Vecchio Continente. Big Mac più caro, insomma, equivale a maggiore potere d’acquisto per il dollaro e minore per l’euro.

Con la sterlina stesso discorso: la divisa inglese è più debole (del 14%) rispetto al dollaro e quindi il Big Mac prodotto e acquistato a Londra, secondo l’indice dell’Economist, risulta meno caro del 14% rispetto all’omologo prodotto americano. 

In Giappone il differenziale reale, misurato in Big Mac, è addirittura del 45% a causa della caduta dello yen. E lo stesso vale per i poveri venezuelani che stanno attraversando una delle crisi economiche più dure della loro storia ma che – magra consolazione! – possono acquistare un Big Mac a un prezzo inferiore di due terzi rispetto al dollaro. 

Tutto il contrario, invece, per svizzeri, norvegesi e svedesi che, a causa della forza delle loro monete, debbono spendere rispettivamente il 30, il 22 e l’8% in più rispetto al dollaro per un Big Mac. Anche i vicini canadesi debbono spendere un po’ di più, il 2%, segno che il dollaro canadese è sopravvalutato rispetto al biglietto verde.  Il Big Mac, naturalmente, è solo un indicatore. Le conseguenze vere (e pesanti) del maggiore o minore potere d’acquisto di una moneta sono sull’import-export tra paesi e sulla loro bilancia commerciale.

Per quanto riguarda noi europei, il cambio reale dollaro-euro è di 1:1. E il Big Mac non si sbaglia. Che la signora Lagarde, madame Bce, ne tenga conto.

 

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Giuseppe Corsentino è un giornalista di un’altra era. Quando le redazioni dei giornali erano “officine” in cui si lavorava con l’informazione e la cultura e per scrivere un’inchiesta non si copiava da Wikipedia ma si trottava sul campo. Ha cominciato a L’Ora di Palermo quando il quotidiano diretto da Vittorio Nisticò era una leggenda (e non solo per le sue battaglie antimafia). Poi al Corriere d’Informazione e a La Notte, mitici quotidiani del pomeriggio. Quindi a Panorama dove ha applicato la cronaca all’economia; a ItaliaOggi (di cui è stato l’ultimo direttore), al Giornale di Bergamo, a Economy (quando la testata era ancora nella scuderia mondadoriana) dove ha applicato le regole del giornalismo al marketing editoriale. Da ultimo al Gambero Rosso, dove ha inventato il primo (e unico) quotidiano on-line dedicato alla “wine economy”, Tre Bicchieri distribuito ogni giorno a migliaia di operatori del settore. Ha chiuso la carriera a Parigi come corrispondente di ItaliaOggi e come blogger del sito Huffington Post. Ora è a Milano, legge e scrive per noi.