di Ugo Bertone. Torinese, ex firma de “il sole-24 ore” e “la stampa”, è considerato uno dei migliori giornalisti economico-finanziari d’Italia

Non sono molte le industrie che possono vantare i numeri dell’asset management, frutto di una crescita ininterrotta: negli ultimi vent’anni il settore ha attratto 112 mila miliardi di dollari, facendo sempre più conto sulla fiducia dei risparmiatori privati, oggi il 6,6% della nuova raccolta, tre volte tanto gli investitori istituzionali. Nel solo 2021 il patrimonio gestito è aumentato, a livello globale, del 12%, oltre la media storica, garantendo una redditività invidiabile: tra il 2004 ed il 2021 il margine operativo è salito al 38%, per l’invidia dei banchieri che non sono riusciti a tenere il passo dei gestori. E l’Italia non ha fatto eccezione, con un incremento del 10% degli attivi a 2.400 miliardi, due terzi dei quali provenienti da piccoli risparmiatori.

Un grande successo, dunque, maturato in atti eccezionali: bassa o nulla inflazione che ha spinto il mercato a cercare investimenti più allettanti del conto corrente o della carta di debito; crescita della globalizzazione, con la prospettiva di cavalcare la crescita della Cina piuttosto che la corsa dell’economia digitale a vantaggio della crescita. Fattori positivi, esaltati dalla protezione delle banche centrali: sia la Fed che la Bce dell’era Draghi hanno protetto l’ascesa dei mercati. Anzi del capitalismo, così come lo definisce Lawrence Fink, il numero uno di BlackRock, il gestore più potente del pianeta. «Il capitalismo degli stakeholder – ha detto riferendosi ai sottoscrittori – non ha niente a che fare con la politica, non rientra in nessuna agenda sociale o ideologica. È il capitalismo che fa leva sulle relazioni reciprocamente vantaggiose tra voi e i vostri dipendenti, clienti, fornitori e le comunità su cui la vostra società fa affidamento per prosperare. È questo il potere del capitalismo».

Ma sopravvivrà l’asset management alla recessione che si profila per il 2023? Senz’altro sì. Ma con alcuni cambiamenti che già affiorano qua e là, proprio nel senso indicato dal gestore. «Ad animare i mercati è ancora la giusta ricerca del profitto – precisa – Ma per non rischiare di essere soppiantate da nuovi competitor, le aziende devono continuamente evolversi, di pari passo con il mondo che le circonda». E i professionisti dell’asset management hanno il compito di spingere il risparmio verso le aziende che possono garantire nel tempo il maggior valore aggiunto. Con un’avvertenza: le prossime 1.000 imprese unicorno, cioè capaci di varcare in Borsa la soglia di un miliardo di valore, non saranno motori di ricerca o social media, bensì innovatori sostenibili e scalabili; startup che aiutano il mondo a decarbonizzarsi e rendono la transizione energetica accessibile a tutti i consumatori».

La “profezia” di Fink si sta avverando. A luglio, per la prima volta, i green bond globali hanno messo a segno il loro primo mese di rendimenti positivi nell’arco di un anno, sovraperformando anche il mercato obbligazionario in generale. L’Indice Bloomberg Msci Global Green Bond, che include il debito sovrano e societario, ha guadagnato il +2,40% mentre nei precedenti undici mesi si era chiuso sistematicamente in perdita. Una svolta che coincide con la fine della fase più aggressiva del rialzo dei tassi.

Ora che stanno crescendo le preoccupazioni per una recessione economica globale, i titoli di debito green a più lunga scadenza, che in genere offrono cedole elevate, sono tornati ad essere appetibili. È solo l’inizio. Nei prossimi 30 anni, stima Boston Consulting Group, le imprese andranno alla ricerca di capitali per finanziare la transizione energetica: serviranno100-150 mila miliardi di dollari per raggiungere l’obiettivo zero emissioni nette nel 2050. E fondi per 20-30 mila miliardi verranno dall’industria dell’asset management, nella forma di investimenti azionari e obbligazionari. Profitto sì, purché sostenibile.