Puntando sui social si vince una volta su dieci

Se cercate un buon motivo per piazzare la vostra azienda sui social ve ne diamo 5: le ore al giorno che, in media, gli utenti trascorrono incollati a uno smartphone (su circa 16 ore di veglia). Durante queste ore, lo schermo viene sbloccato tra le 80 e le 110 volte. E se anche in una minima parte di questo tempo che le persone trascorrono a navigare sulle varie piattaforme, un vostro contenuto (foto, articolo del blog aziendale, video, pubblicità o altro) riuscisse a passar davanti agli occhi (e a fissarsi nella mente) di un possibile cliente, sarebbe già una vittoria –anche- per il futuro possibile fatturato.L’importante è scgeliere il il social giusto a seconda del target. È ovvio cominciare dal mainstream: piaccia o no, su Facebook (specialmente se si fa B2C e si ha una clientela di riferimento con un’età superiore ai 35 anni, dato che la piattaforma è sempre più “un Paese per vecchi”) bisogna starci, perché lì ci sono più o meno tutti gli “over”.

Facebook si rivolge a un pubblico over 35, tik tok  raggiunge i giovanissimi, mentre Instagram è un social trasversale

 Tanto che molte Pmi non hanno ormai sostituito il sito web con un profilo sul social: «Su Facebook se riesci a inventare una strategia dirompente, molto entertainment, molto da show, riesci ad avere successo anche senza grossi investimenti» spiega Andrea Albanese, docente universitario e ceo di Web Marketing Manager.  Il numero magico intorno al quale ruota la scelta si chiama “tasso di conversione”, che mediamente è del 10%. Ma c’è chi promette di portarlo al 20%:, puntando proprio su Facebook, come Spinup, fondata nel 2017 da Antonio Romano. Il quale è partito da un assunto molto semplice: il traffico dei social network, Facebook in particolare, è qualitativamente meno rilevante di quello dei motori di ricerca. Ma a differenza di Google, il traffico di Facebook è molto più scalabile. «Ho cercato – ci racconta Antonio Romano – di creare delle variabili, dei tool che permettono di mettere insieme le esigenze dei clienti anche di grandi dimensioni in modo da diventare un punto di riferimento. Ad esempio, abbiamo inventato uno strumento di videochiamata che consente di parlare con una sorta di assistente virtuale in grado di raccontare una promozione o un prodotto con la stessa interfaccia di Instagram. Il nostro obiettivo è quello di creare un dialogo tra la marca e l’utente, non accontentandoci più soltanto della landing page tradizionale».

E i numeri, come detto, sono dalla parte di Romano. La sua azienda ha fatturato 200mila euro nel 2017, 880mila nel 2018, 1,5 milioni nel 2019 e dovrebbe aver chiuso lo scorso bilancio intorno ai 4 milioni. Il tasso di crescita Cagr è del 158%, uno dei più alti in Italia. 

Se però il B2B è l’obiettivo, il social imprescindibile è Linkedin: «Al momento è l’unico social davvero utile al mondo per fare Business to Business», continua Andrea Albanese, docente universitario e ceo di Web Marketing Manager, «ma bisogna stare molto attenti a usarlo nel modo giusto, sapendo di trovarsi in un universo totalmente differente dagli altri social. Usare su Linkedin le stesse dinamiche di Facebook o peggio ancora di Tik Tok, cercare di fare cose simpatiche che però su Linkedin non funzionano e anzi risultano fuori luogo è l’errore più grave che si possa commettere in una strategia di digital marketing. Servono professionisti, su Linkedin più che su altre piattaforme».

Bando all’improvvisazione, dunque: meglio spendere per dotarsi di un bravo social media manager piuttosto che rischiare pericolosi scivoloni. Anche perché il web non dimentica. Neppure se il flusso è impetuoso come quello di Instagram, il social trasversale per genere, età e ruolo sociale: «Instagram vive da parecchio tempo un periodo d’oro», conferma Albanese. «È un social molto popolare in tutte le fasce ed è ancora abbastanza pulito: non c’è violenza, non c’è pornografia, ha filtri efficaci ed è gestito molto bene. E questo mette al sicuro il brand, anche perché è un social network per tutte le età ed è quindi perfetto per fare B2C. Però con la gigantesca differenza, rispetto a Facebook, che non si può fare link ai post e quindi bisogna necessariamente pagare la pubblicità».

Su Twitter, però, una campagna si può pianificare anche con poche centinaia di euro. E in Italia, Twitter, secondo l’Osservatorio Agcom, nel 2020 è stata la seconda piattaforma di social networking a crescere di più (dopo TikTok), si tratta di 12,8 milioni di persone, un +25,2% rispetto al dato rilevato a dicembre 2019. E allora, se raggiunge una platea tanto vasta, perché non provarci? Ma Twitter è un social “diverso”: «Ci sono numerose app e piattaforme che hanno un approccio “Guardami”, mentre Twitter è di tipo ‘Guarda questo», spiega a Economy Barry Collins, Head of Global Reseller di Twitter: «le persone su Twitter sono aperte alle novità e curiose, vogliono scoprire cose nuove, condividendo e discutendone con la community. Ed è proprio questo che li rende un target prezioso per gli inserzionisti». Ma come distinguersi, con solo 280 caratteri a disposizione? «Questa forma più breve aiuta ad essere chiari, concisi e ai tweet si possono sempre aggiungere foto, Gif e video», continua Collins. «Le catene (i thread, ossia una serie di tweet di una sola persona connessi tra loro) consentono alle persone di condividere messaggi più lunghi e storie con più contenuto che si possono aggiornare nel tempo e condividere sulla piattaforma. È anche molto importante monitorare i trend delle conversazioni e inserire al momento giusto gli hashtag più significativi». Che Twitter sia un serbatoio illimitato di potenziali clienti lo dimostra la presenza, sul social, di big come Tim, che su Twitter ha avviato il suo sistema di assistenza clienti rapida, o come Samsung Italia. Lo fanno anche piccole realtà, come la varesina Agricola, che grazie alla presenza – a pagamento, s’intende – su Twitter ha incrementato di 210 volte gli accessi al proprio sito web. Tra i due estremi, ci sta un po’ di tutto: la Nutella e la Juventus, Atac e Groupon, PosteMobile ed Einaudi. 

Twitter è un social perfetto per le relazioni istituzionali e per interecettare i giornalisti attirando la loro attenzione

Attenzione, però: «Twitter è un social delicato», sottolinea il ceo di ceo di Web Marketing Manager Andrea Albanese. «Va bene per fare digital pr, relazioni istituzionali, per captare i giornalisti, per parlare con la politica e per avere un clima internazionale. Ma devono esserci questi elementi, tutti: purtroppo l’atmosfera frizzante che c’era su Twitter fino a qualche anno fa, quando si facevano i livetweeting, non esiste più. Va bene per comunicazione di crisi, va bene per tenersi informato su tutto ciò che succede nel mondo, è forse al momento l’unico social con un respiro globale. Inoltre è molto libero: la censura e l’algoritmo di propagazione sono meno elaborati di quelli degli altri social, quindi se devi esprimere il tuo pensiero è rimasto l’unico strumento “più libero possibile” rimasto sui social network: gli altri sono molto più mediati e censurati».

Il futuro? È potenzialmente senza limiti: tra Tik Tok (dove l’azienda che parla agli under 25 deve assolutamente essere presente) e Clubhouse, ancora troppo giovane per poter essere esaminato con cognizione di causa, c’è anche WhatsApp Business: «È stata una vera svolta, uno strumento pratico e innovativo», spiega a Economy Mirko Martini, il founder e ceo di Comunica col Web. «È un’applicazione gratuita pensata per piccoli imprenditori… che però si rivela utile anche alle medie e grandi imprese. Consente di interagire con i clienti con la massima facilità, presentare prodotti e servizi e rispondere alle domande degli utenti durante la loro esperienza di acquisto. Crea un catalogo per mostrare i prodotti e servizi e usa strumenti speciali per automatizzare, organizzare e rispondere velocemente ai messaggi».

Chi ben incomincia…