«Il mercato del lavoro ha sostanzialmente retto l’urto della pandemia, calando nel corso del 2020 di soli 2 punti percentuali, ma stiamo assistendo a una riconfigurazione strutturale dell’occupazione in Italia che penalizza autonomi e professionisti rispetto ai lavoratori dipendenti». Dalla sala del Parlamentino del Cnel, il presidente di Confprofessioni, Gaetano Stella, lancia l’allarme sulla crisi che investe i liberi professionisti: nel 2020 38mila i liberi professionisti hanno chiuso i battenti a causa della pandemia, con calo del -2,7% rispetto al 2019. I più colpiti sono stati gli studi professionali con dipendenti, calati del 7%, ma più in generale è tutta l’area del lavoro indipendente a soffrire, lasciando sul campo 154mila posti di lavoro (-2,9%) in un anno.

Ci sono molte ombre e poche luci nella fotografia che emerge dal VI Rapporto sulle libere professioni in Italia, curato dall’Osservatorio delle libere professioni di Confprofessioni, coordinato dal professor Paolo Feltrin, e presentato a Roma alla presenza di Tiziano Treu, presidente del Cnel e coordinatore del Tavolo permanente per l’attuazione del Pnrr; di Andrea Orlando, ministro del Lavoro; di Maria Stella Gelmini, ministro per gli Affari regionali e le Autonomie. Una fotografia che raffigura il mondo dei professionisti in bilico tra ripresa e resilienza. Nel 2020 sono circa 1 milione e 430 mila i professionisti in Italia, che nonostante la frenata causata dalla pandemia, registrano un aumento di quasi 250 mila unità in più rispetto al 2009, in netta controtendenza rispetto agli altri comparti del lavoro indipendente.

Orlando: professionisti attori della ripresa del Paese

L’allarme del presidente Stella è stato subito raccolto dal ministro del Lavoro, Andrea Orlando, che ha sottolineato la sofferenza del mondo professionale durante l’emergenza sanitaria. «I dati contenuti nel rapporto di Confprofessioni confermano che il mondo del lavoro autonomo e delle libere professioni, in costante crescita nel precedente decennio, ha pagato effettivamente il maggiore prezzo alla pandemia e oggi ha bisogno di avere un nuovo sistema di garanzie e di tutele. Ed è quello a cui stiamo lavorando. Come Governo in questi mesi abbiamo dato organicità ad interventi che puntano a rafforzare in maniera universalistica il sistema degli ammortizzatori sociali», ha detto Orlando nel suo messaggio. «L’esigenza di superare una logica dicotomica del mercato del lavoro, abbattendo steccati e guardando al lavoratore e alle sue esigenze, prescindendo dall’aggettivazione, è sempre più urgente. Sappiamo che il Pnrr sarà utile al Paese se sarà in grado di coinvolgere e rendere protagoniste anche le energie di questo vasto mondo delle professioni. Insomma – ha concluso il ministro – non vi è alcun dubbio che i professionisti sono e devono essere attori protagonisti di questa fase di ripartenza del Paese. Ci sono tutte le condizioni perché il dialogo prosegua su basi nuove per arrivare ad un avanzamento nell’ambito delle tutele e delle opportunità in un Paese che è stato per troppo tempo ingessato».

La spinta delle donne

Il Rapporto di Confprofessioni ridisegna una mappa delle attività e delle caratteristiche demografiche e geografiche delle professioni. Nonostante gli uomini rappresentino il 64,4% della popolazione professionale, sono le donne a sostenere la crescita occupazionale degli ultimi 10 anni con un aumento di circa 165 mila unità rispetto al 2010 (le regioni più “rosa” sono la Sardegna, la Lombardia e il Lazio), mentre la popolazione maschile sale di circa 47 mila unità. Il balzo delle professioniste si riscontra un po’ in tutti i settori di attività, ma in particolare nell’area sanitaria (52,8%) e legale (49%); più indietro le professioni tecniche. L’analisi dell’Osservatorio evidenzia poi come il gender balance sia più equilibrato soprattutto nella popolazione più giovane: un dato che proietta la professione verso un sostanziale equilibrio di genere. Chi sale e chi scende. Sulla spinta dei giovani e delle donne, l’area sanitaria è quella che cresce maggiormente in termini quantitativi, rappresentando il 19% del totale dei professionisti nel 2020. A ruota i servizi alle imprese (17%) e l’area tecnica (17%) che, però, perde terreno rispetto a dieci anni fa. Nell’ultimo anno, l’impatto del Covid – 19 si fa sentire soprattutto nelle professioni a maggior specializzazione e in quelle dell’area tecnica, dove si registrano le maggiori perdite occupazionali che investono anche il lavoro autonomo. Se il settore “Commercio, finanza e immobiliare” (-11,7%) precipita a causa del blocco delle attività imposto dal lockdown, perdite più contenute riguardano le “Attività professionali, scientifiche e tecniche” (-1,5%) e “Sanità e assistenza sociale” (-1,5%).

La riscossa del Mezzogiorno

Un trend che si rispecchia in quasi tutte le regioni ma con intensità diverse. E sono proprio le regioni del Sud a sostenere le professioni durante la pandemia. Sardegna, Basilicata e Abruzzo trainano una ripresa occupazionale (+3,5%), che frena invece nelle regioni del Nord dove si registra in media una flessione di oltre il 7% con punte che superano il 20% in Val d’Aosta. Al di là dell’effetto Covid – 19, tuttavia, quasi la metà dei liberi professionisti italiani si trova al Nord, con oltre 706 mila unità che rappresentano il 48,5% del totale, in flessione rispetto al 2009. Balzo in avanti, invece, per il Mezzogiorno che si attestano a quota 385 mila, scavalcando le regioni del Centro scese a quota 365 mila. Numeri che nel complesso valgono il primato italiano in Europa, dove il nostro Paese vanta un tasso di presenza della libera professione più che doppio rispetto a Germania e Spagna e nettamente superiore a quello della Francia.

Redditi in altalena

Secondo i dati dell’Osservatorio di Confprofessioni la pandemia si fa sentire anche sulla redditività. Il reddito annuo medio dei professionisti iscritti alla Gestione separata dell’Inps è crollato da 25.600 euro del 2019 a 24.100 euro del 2020, con una variazione annua del -5,7%. E lo stesso trend si registra per i professionisti iscritti alle Casse previdenziali, dove però emerge una realtà piuttosto eterogenea. Nel 2019 i redditi dei professionisti ordinisti si stabilizzano a quota 35.500 euro: un dato negativo rispetto ai 37.500 euro del 2010. Allargando l’orizzonte temporale agli ultimi cinque anni (2014-2019), però, si può valutare meglio le dinamiche reddituali delle diverse categorie: crescono i redditi di consulenti del lavoro (+33,4%), ingegneri e architetti (+10,4%), geometri (+9,4%) e avvocati (+3,4%), mentre crollano quelli degli agrotecnici (-37,2%), periti agrari (-30,8%) e infermieri (-15,3%). Un altro aspetto di criticità è dato dal divario reddituale tra uomini e donne: nella fascia d’età tra i 50 e i 60 anni, gli uomini guadagnano in media più di 23 mila euro rispetto alle colleghe donne, fenomeno molto marcato tra i notai, i commercialisti e gli avvocati. Più attenuato il gender gap nelle fasce più giovani e tra le professioni non ordinistiche, dove nel 2020 il reddito medio degli uomini supera quello delle colleghe di circa 5.600 euro.