professioni

C’è ancora la grande aspirazione di diventare avvocato, architetto, commercialista o consulente? Il prestigio sociale resiste, così come il richiamo dell’autonomia e delle competenze. Ma dietro l’immagine della carriera indipendente si è aperta una frattura sempre più evidente: per i giovani entrare costa di più, richiede più tempo e garantisce meno certezze economiche rispetto al passato. E mentre l’Italia invecchia, anche il mondo delle professioni perde nuove leve.

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Il declino demografico entra negli studi professionali

Il primo dato è quello anagrafico. Secondo il rapporto dell’Osservatorio di Confprofessioni, negli ultimi cinquant’anni l’età mediana della popolazione italiana è salita da 33 a 49 anni, mentre la quota dei giovani tra 0 e 14 anni si è dimezzata e quella degli over 65 è raddoppiata. Una trasformazione che si riflette direttamente anche sull’occupazione, dove il ricambio generazionale diventa più lento e più difficile. La differenza tra lavoro dipendente e autonomo è netta. Nel 2025 gli under 35 rappresentano il 24% dei dipendenti, ma soltanto il 16% dei liberi professionisti e il 15% degli altri indipendenti. L’età mediana sale così a 50 anni tra gli uomini e a 46 tra le donne. La maggiore presenza femminile ha contribuito a contenere l’invecchiamento, ma non è stata sufficiente a invertire una tendenza strutturale ormai consolidata.

I giovani entrano più tardi e crescono più lentamente

Il problema non è solo quantitativo. Entrare oggi in una professione richiede percorsi lunghi di formazione, praticantato, investimenti iniziali e spesso anni necessari per costruire una clientela stabile. Rispetto al lavoro dipendente, dove i percorsi di ingresso risultano più strutturati, nelle professioni la stabilità economica arriva più tardi e la progressione reddituale è più lenta.

Redditi, la distanza tra generazioni si allarga

È sul piano economico che la frattura appare più evidente. Nel 1987 i lavoratori tra 25 e 34 anni disponevano di un reddito pari al 97% della media complessiva. Nel 2022 la stessa fascia è scesa al 78%, con una perdita relativa di quasi venti punti percentuali. Nello stesso periodo si è spostata in avanti anche l’età del picco reddituale. Se in passato la fase di massimo rendimento economico si concentrava soprattutto tra i 45 e i 54 anni, oggi tende a collocarsi più spesso tra i 55 e i 64 anni. Pesano l’allungamento della vita lavorativa e l’aumento dell’età pensionabile, ma il dato segnala soprattutto quanto sia diventato più lungo il percorso necessario per raggiungere una condizione economica solida.

Lavoro autonomo, il sorpasso si è rovesciato

Nel lavoro indipendente il cambiamento è ancora più netto. Alla fine degli anni Ottanta i giovani autonomi tra 25 e 34 anni guadagnavano mediamente il 20% in più dei lavoratori senior. Nel 2022 la situazione risulta capovolta: i giovani registrano redditi inferiori del 16% rispetto agli over 55. Nel lavoro indipendente il divario tende ad ampliarsi e il massimo rendimento economico arriva sempre più tardi. Anche il fattore di genere resta rilevante: le giovani donne mostrano differenze generazionali leggermente inferiori, ma all’interno di una distribuzione dei redditi femminili che rimane più bassa e compressa.