Corrado Passera

«Dobbiamo aiutare le imprese a nascere e crescere: è la cosa essenziale da incentivare, da promuovere e attuare con il massimo impegno di tutti, se vogliamo che il Paese riparta davvero, con il Pnrr, ma anche e soprattutto al di là di esso. Sono le imprese che trainano lo sviluppo e ne abbiamo tante fortissime. Bisogna sostenerle». Corrado Passera ha fatto politica da supertecnico nel governo Monti per 18 mesi, e quel suo anno e mezzo “a Palazzo” ha lasciato tracce profonde nel sistema Paese, dalla legge sulle start-up ai minibond, dal piano aeroporti alla Tap. La passione politica non lo ha lasciato indenne spingendolo a tentare senza successo la sfida per il Comune di Milano. E all’indomani, ha poi  riconvertito la propria spinta ad agire per la crescita del sistema in un progetto d’impresa che ha avuto un successo straordinario, illimity Bank. Dopo aver raccolto 600 milioni di euro in Borsa per la forza del progetto e la credibilità del progettista, dal 2019 ad oggi illimity – una banca  di nuova generazione”, studiata su misura per il mercato delle piccole e medie imprese italiane – ha prodotto sempre e solo utili, ha generato 800 posti di lavoro, da due anni è tra i “great place to work” a livello europeo e a fine 2021 ha superato il traguardo del miliardo di capitalizzazione, diventando una dei pochissimi “unicorni” italiani. Ma soprattutto illimity è stata partner di ormai numerosissime imprese per crescere – appunto – riconvertirsi o addirittura salvarsi. Ha fatto insomma, sia pure in forma nuova, il vero mestiere di sempre delle banche, che le banche tradizionali fanno sempre meno o per nulla.

Dunque, far crescere le imprese, dottor Passera. Sembrerebbe ovvio, ma se lei lo rimarca è perché a ben guardare ovvio non è. Anzi: spessissimo sembra vero il contrario, cioè che il sistema dissuade e frena in tutti i modi la nascita e la crescita delle imprese…

Fare impresa è reso inutilmente faticoso. Certamente possiamo fare di più per incoraggiare la nascita di nuove imprese: un buon esempio di intervento fu la legge sulle startup e le 16.000 che oggi operano in Italia ne sono la prova. Ma altrettanto impegno va messo per fare crescere le imprese esistenti, spesso troppo piccole per giocarsela sui mercati, supportandole anche in fasi complesse come quella attuale. Dobbiamo stare vicini alle imprese che incorrono in qualche problema, ma hanno la volontà e la capacità di rimettersi in carreggiata. Quest’ultimo è il caso di moltissimi Utp, quelle posizioni che in banca un tempo si chiamavano incagli. È uno dei mestieri di illimity ed è una grande soddisfazione quando un imprenditore ti dice “grazie a voi ce l’ho fatta”. 

Nei suoi 18 mesi al governo ha impostato molti progetti che hanno fruttificato bene. Non tutti sono stati sviluppati.

Gli effetti positivi di misure prese in quegli anni si vedono su parecchi fronti anche se, ovviamente, le riforme hanno avuto bisogno del loro tempo per generare impatti. E’ bello vedere cosa è successo in questi anni sul fronte delle startup, grazie alle liberalizzazioni del credito, delle assicurazioni e del commercio, applicando il  “Chapter 11 italiano” – il concordato in continuità -, forzando i pagamenti dei crediti commerciali della PA. Un rammarico devo esprimerlo sul fronte dell’energia. Il riordino degli incentivi, la liberalizzazione dello stoccaggio del gas, come pure la separazione di Snam da Eni hanno avuto effetti concreti indubitabili. Il gasdotto Tap oggi ha tanti padri, ma quando riuscimmo a sbloccarlo con un accordo internazionale molto vantaggioso per l’Italia, i “nemici” erano certamente più numerosi degli amici: tutti ricordiamo che l’alternativa al Tap per molti era il South Stream che ci avrebbe messo ancora più gravemente nelle mani della Russia. Certo oggi staremmo meglio se i due rigassificatori previsti a Porto Empedocle e a Gioia Tauro fossero stati realizzati o se le estrazioni di gas dai nostri giacimenti fossero passati da 8 a 14 miliardi di metri cubi come previsto, mentre in questi anni sono scesi a quattro miliardi. Il “pacchetto” complessivo prevedeva interventi per oltre 40 miliardi di metri cubi di gas, addirittura di più di quanto oggi importiamo dalla Russia. Nessuno ci venga quindi a dire che la crisi nella quale ci troviamo non era evitabile.

E adesso? Con l’inflazione, il rialzo dei tassi e l’incognita terribile della guerra, con la politica nazionale in fibrillazione, sembra davvero di trovarsi di nuovo a un punto morto.

Abbiamo di fronte a noi un periodo non facile, ma diciamoci anche che  le diverse crisi succedutesi negli ultimi decenni hanno  fatto evolvere in maniera formidabile moltissime imprese. Se oggi stiamo già parzialmente assorbendo quest’ulteriore gravissima crisi causata dalla guerra è perché una grande parte delle aziende di tutte le dimensioni hanno acquisito una capacità di resilienza e di adattamento straordinarie, hanno fatto investimenti e si sono riqualificate. Vedo, tra i nostri clienti, aziende che certamente hanno subìto forti impatti, ma che hanno reagito, hanno cambiato la catena delle forniture, i quadranti commerciali di sbocco, fatto evolvere i loro prodotti. Per questo ripeto che bisogna sostenere le imprese capaci di comportamenti virtuosi ovvero che investono in innovazione, assumono in maniera qualitativa, si aggregano e rafforzano il proprio capitale.

Più precisamente, cosa auspicherebbe?

Premi fiscali strutturali a chi dimostra concretamente quei comportamenti virtuosi: arrivo a dire che le imprese che innovano, assumono, si aggregano e attirano nuovi capitali dovrebbero pagare tasse strutturalmente vicino a zero, talmente alto è il valore sociale che creano. Quel po’ di Ires in meno che lo Stato incasserebbe sarebbe più che compensato dalla crescita di altri introiti fiscali. Molte delle misure fiscali che andrebbero ancor più rafforzate ci sono già: dall’Industria 4.0, all’Apprendistato, all’Ace. Gli incentivi più efficaci sono quelli semplici e automatici: per questo avevamo riordinato completamente il bailamme di leggi esistenti, eliminando ben 42 che in modo discrezionale distribuivano soldi con enormi ritardi e con poca trasparenza. Non si parla abbastanza di come aumentare la produttività che è fattore indispensabile per poter far crescere al contempo retribuzioni e utili. La produttività complessiva del nostro Paese cresce troppo poco, ma se guardiamo dietro alle medie statistiche, fortunatamente scopriamo che si nascondono settori dell’economia, soprattutto nel manifatturiero di medio-grandi dimensioni, che non temono confronti internazionali.

E ci vuole anche un sistema pubblico che funzioni.

Il Pubblico ha in mano oltre metà del Pil, ma soprattutto definisce le regole per il 100% del sistema e ne condiziona fortemente l’intero funzionamento. Serve un sistema pubblico efficace ed efficiente se vogliamo crescere in maniera sostenuta e sostenibile, se vogliamo aumentare la produttività per poter aumentare le retribuzioni e attirare investimenti internazionali, se vogliamo mantenere e accrescere il nostro ruolo nel commercio internazionale: non dimentichiamo che l’Italia vive soprattutto di esportazioni e della tanto vituperata globalizzazione, oggi peraltro in forte evoluzione. Con l’attuale governance pubblica e i suoi tempi decisionali lenti e imprevedibili, con l’attuale sistema di giustizia civile, penale, amministrativa e fiscale e con l’attuale sistema scolastico non ce la faremo.  Ma questa situazione, oggettivamente inaccettabile, non è immutabile. Esistono tribunali che funzionano, come pure ospedali e università di eccellenza, e abbiamo visto “pezzi” significativi della PA cambiare pelle in pochi anni: Poste e Ferrovie sono solo due esempi. PagoPA è un altro esempio di come si possa raggiungere i migliori standard europei  in tempi anche relativamente brevi.

Scusi, ma si direbbe che le riforme richieste dall’Unione Europea vadano tutte in queste direzioni.

L’Unione Europea è stata e continua ad essere di grande stimolo positivo: molte liberalizzazioni, ad esempio, non avrebbero mai visto la luce senza il pungolo di Bruxelles.

Anche il Pnrr sta dando una spinta verso riforme necessarie in molti campi. Ma quanto stiamo facendo non basta assolutamente. Metterci mesi e talvolta anni per vedersi autorizzare investimenti e spesso decenni per realizzare infrastrutture necessarie significa mettere zavorre insostenibili nel nostro sviluppo: bisogna avere il coraggio di semplificare moltissimo i processi decisionali e responsabilizzare anche la PA sul costo dei suoi ritardi o delle sue decisioni.

Una scuola ancora in gran parte ottocentesca sta ipotecando il futuro di intere generazioni e impedisce di coprire centinaia di migliaia di posti di lavoro già oggi disponibili. Si dirà che servono risorse ed è vero: non trascuriamo però che tra risorse nazionali ed europee in conto capitale – per non parlare degli investimenti privati che possono essere attivati – l’Italia potrebbe mettere in campo qualcosa che assomiglia ad un trilione di euro in 5-6 anni. Ci siamo posti il tema di come ottimizzare l’allocazione di risorse di questa portata che sarebbero in grado di ridisegnare profondamente il Paese?

Una sfida per la classe dirigente?

La prima responsabilità della classe dirigente è dare l’esempio: saper fare squadra per aumentare la torta complessiva e non limitarsi ad aumentare la propria fetta, dedicare una parte del proprio tempo o della propria vita al bene comune, premiare e non ostacolare chi emerge. Mi rendo conto che possono apparire concetti un po’ banali, ma i paesi più fortunati hanno classi dirigenti che si comportano così.

Gli Italiani hanno dato più volte dimostrazioni di impegno formidabile, ma serve sentirsi parte di un progetto appassionante di medio periodo che riguardi tutto il Paese e che suddivida equamente sacrifici e benefici. Che, soprattutto, convinca tutti che il futuro possa essere migliore del presente: oggi purtroppo si dà quasi per scontato il  contrario.

Lei di giovani in Illimity ne ha assunti tanti.

Dopo poco più di tre anni in illimity siamo oltre 800. L’età media è di 34 anni,  di 25 nazionalità  e provenienti da 20 settori economici diversi. L’innovazione ha bisogno di competenza, ma anche di diversità. Per stare bene insieme bisogna condividere valori e tutti gli illimiter condividono il duplice obbiettivo di fare utili, perché siamo un’impresa, e di essere utili per essere una impresa responsabile.

Ce la faremo?

Possiamo e dobbiamo farcela, ma il rischio di perdere anche quest’occasione è molto alto.