Digital wallet icons show mobile payment, digital wallet transfer, and online banking. Digital wallet supports secure payment, cashless transactions, and financial integration. Gist

L’Europa ha fissato una data precisa per una delle sue scommesse più ambiziose sulla trasformazione digitale della vita quotidiana: il 24 dicembre 2026 ogni Stato membro dovrà mettere a disposizione almeno un portafoglio europeo di identità digitale, il cosiddetto EUDI Wallet. Ma mentre la scadenza si avvicina, la fotografia dell’Unione racconta un progetto che procede a velocità decisamente diverse. Soltanto tre Paesi sui 27 membri hanno finora attivato il sistema, lasciando gli altri 24 alle prese con sviluppi tecnologici, norme nazionali, test e ritardi. L’obiettivo di Bruxelles è costruire un’infrastruttura digitale comune capace di consentire ai cittadini di custodire e utilizzare sul proprio smartphone una serie di documenti e credenziali, dalla carta d’identità alla patente, dai diplomi alle informazioni sull’assicurazione sanitaria fino alle coordinate bancarie. Un portafoglio digitale gratuito che dovrebbe rendere più semplice l’accesso ai servizi pubblici e privati e, soprattutto, permettere di utilizzare le proprie credenziali anche oltre i confini nazionali. Non ci sarà però una singola app europea: ciascuno Stato svilupperà la propria applicazione, purché rispetti gli stessi standard tecnici e di sicurezza. È questa la scommessa del modello EUDI: sistemi nazionali differenti, ma interoperabili tra loro. E mentre buona parte dell’Europa deve ancora arrivare al traguardo, l’Italia è già considerata tra i Paesi più avanti.

Aggiungi Economy Magazine come fonte preferita su Google!

La scadenza corre, i Paesi no

Il calendario europeo prevede che entro il 24 dicembre 2026 ogni Stato membro renda disponibile almeno un portafoglio digitale certificato. Il percorso verso questo obiettivo è iniziato da tempo anche attraverso progetti pilota finanziati dall’Unione europea, che hanno coinvolto circa 350 organizzazioni. Le sperimentazioni hanno già prodotto oltre 1.500 credenziali digitali e consentito di completare più di 8.000 transazioni transfrontaliere. Numeri ancora lontani dalla scala necessaria per un sistema destinato potenzialmente a centinaia di milioni di cittadini, ma sufficienti a dimostrare che l’interoperabilità non è più soltanto un progetto teorico.

Il problema è che la velocità di attuazione resta molto diversa da Paese a Paese. La Germania, per esempio, prevede di avviare il proprio servizio a gennaio 2027, dunque dopo la scadenza europea del dicembre 2026. I Paesi Bassi hanno invece rinviato il lancio alla fine del 2027, dopo che un progetto pilota aveva raccolto appena 57 utenti. La Bulgaria è ancora impegnata sul fronte normativo. Sono esempi diversi dello stesso problema: Bruxelles può fissare uno standard comune e una data comune, ma la realizzazione concreta dipende dalle infrastrutture digitali, dalla legislazione nazionale, dagli investimenti e dalla capacità organizzativa dei singoli governi. E così quella che sulla carta dovrebbe essere una delle grandi operazioni di uniformazione digitale dell’Unione rischia di arrivare sul mercato con una forte asimmetria iniziale.

L’Italia parte dall’app IO

In questo scenario l’Italia si trova in una posizione relativamente avanzata. Il governo ha scelto di integrare il quadro EUDI direttamente nell’app IO, già utilizzata dai cittadini per accedere a numerosi servizi della pubblica amministrazione, attraverso l’iniziativa IT-Wallet. È una scelta che punta a sfruttare una piattaforma già conosciuta e diffusa anziché costringere gli utenti a partire da un’applicazione completamente nuova. Il risultato è che i cittadini italiani possono già utilizzare un ambiente operativo nel quale caricare alcune credenziali digitali, tra cui la patente di guida e la tessera sanitaria, anche se il percorso verso la piena operatività europea non è ancora concluso.

La dimensione raggiunta dall’ecosistema italiano è uno degli elementi che distinguono il nostro Paese nella fase attuale. L’Italia conta quasi 8 milioni di utenti al mese, un dato che dà alla sperimentazione una massa critica molto più significativa rispetto a quella osservata in altri Paesi. Il vantaggio non è soltanto tecnologico. Avere una piattaforma già conosciuta da milioni di persone significa poter contare su una base di utenti che, almeno in parte, non deve essere convinta a scaricare un nuovo strumento per accedere ai servizi digitali. È un fattore che può accelerare l’adozione quando il sistema sarà pienamente integrato con gli standard europei.

Il passaggio successivo sarà però molto più impegnativo: far funzionare queste credenziali non soltanto nei rapporti tra cittadino e pubblica amministrazione, ma anche nelle relazioni con imprese e operatori privati. Ed è qui che l’EUDI Wallet smette di essere un progetto di digitalizzazione dei documenti e diventa un’infrastruttura potenzialmente rilevante per il mercato.

Quando il portafoglio entra nelle aziende

La vera partita economica del portafoglio digitale europeo si giocherà infatti anche fuori dagli uffici pubblici. Le imprese dovranno accettare il portafoglio digitale entro il 24 dicembre 2027, un anno dopo la scadenza prevista per la disponibilità del sistema negli Stati membri. Per le aziende significa prepararsi a un nuovo modo di verificare identità e credenziali dei propri clienti, dipendenti e interlocutori, con possibili ricadute su processi di onboarding, firma, accesso ai servizi e gestione documentale.

Il vantaggio potenziale è evidente: se il sistema funzionerà secondo il disegno europeo, un cittadino non dovrà necessariamente presentare ogni volta copie di documenti, compilare gli stessi dati o affidarsi a procedure diverse a seconda del Paese in cui si trova. Il portafoglio potrà diventare un contenitore digitale nel quale le informazioni vengono condivise con il soggetto che ne ha bisogno secondo regole standardizzate. Per un’impresa che opera in più Paesi europei, l’interoperabilità potrebbe quindi ridurre la frammentazione dei processi di identificazione e verifica. La dimensione del cambiamento dipenderà però dalla rapidità con cui aziende, piattaforme e fornitori di servizi adegueranno i propri sistemi.

Un ruolo particolare spetta alle banche, che avranno una scadenza ancora più ravvicinata. Gli istituti di credito dovranno infatti adeguarsi a partire da luglio 2027, in relazione agli obblighi introdotti dalla normativa antiriciclaggio. È un passaggio significativo perché porta il portafoglio digitale dentro uno dei settori nei quali la verifica dell’identità del cliente è già oggi un elemento centrale dei processi operativi. L’obiettivo è rendere più semplice e affidabile la verifica delle informazioni, ma l’introduzione di un nuovo standard richiederà investimenti tecnologici, adeguamenti dei sistemi informativi e revisione delle procedure.

Non solo una carta d’identità nello smartphone

Il progetto europeo è molto più ampio della semplice digitalizzazione della carta d’identità. Il portafoglio potrà contenere infatti una pluralità di credenziali: documenti di identità nazionali, patente di guida, diplomi, informazioni sull’assicurazione sanitaria e coordinate bancarie. L’idea è creare un ambiente nel quale il cittadino possa dimostrare digitalmente determinate caratteristiche senza dover necessariamente condividere più informazioni di quelle necessarie.

È proprio questo uno dei principi alla base del sistema. L’EUDI Wallet dovrebbe fondarsi su tre misure di sicurezza: divulgazione selettiva, non collegabilità e neutralità rispetto all’emittente. La divulgazione selettiva permette, in linea di principio, di comunicare soltanto le informazioni necessarie per una determinata operazione. La logica è diversa, per esempio, dal mostrare integralmente un documento ogni volta che occorre dimostrare un singolo dato. Se un servizio deve verificare una determinata caratteristica dell’utente, il sistema dovrebbe consentire di fornire quella specifica informazione senza esporre automaticamente tutto il resto del documento.

Il principio della non collegabilità punta invece a impedire che le diverse operazioni compiute attraverso il portafoglio possano essere facilmente ricondotte a un unico tracciamento generalizzato dell’attività dell’utente. La neutralità rispetto all’emittente, infine, mira a fare in modo che le credenziali possano essere utilizzate indipendentemente dal soggetto che le ha originariamente emesse, all’interno dell’ecosistema previsto dagli standard europei. Sono caratteristiche che spiegano perché il progetto non sia soltanto una questione di comodità digitale, ma anche una partita delicata sul terreno della protezione dei dati personali.

La privacy resta il punto sensibile

Ed è proprio sulla privacy che si concentrano alcune delle principali perplessità sollevate dalle organizzazioni che si occupano di diritti digitali. EDRi, European Digital Rights, ha espresso preoccupazioni sulle regole in bozza, in particolare rispetto a disposizioni che potrebbero prevedere il riconoscimento facciale e, secondo l’organizzazione, ridurre alcune garanzie sulla tutela della privacy. Il confronto riguarda quindi un punto delicato della trasformazione digitale europea: come costruire un sistema di identificazione sufficientemente sicuro senza trasformarlo in uno strumento di sorveglianza o di raccolta eccessiva di informazioni.

La questione sarà centrale anche per le imprese. Un sistema di identità digitale europeo può semplificare drasticamente le procedure, ma proprio perché concentra e rende interoperabili informazioni estremamente sensibili deve offrire garanzie robuste sul loro trattamento. Il valore economico dell’EUDI Wallet dipenderà quindi anche dalla fiducia degli utenti. Un portafoglio digitale che consente di identificarsi più rapidamente, aprire un conto, dimostrare una qualifica professionale, utilizzare un servizio pubblico o fornire una patente digitale può diventare uno strumento di grande utilità. Ma se i cittadini percepissero il sistema come invasivo o poco trasparente, l’adozione potrebbe diventare molto più lenta.

Il digitale europeo procede a velocità diverse

C’è poi un elemento che rende la scadenza del 24 dicembre particolarmente interessante. Il progetto EUDI nasce con l’ambizione di superare una delle storiche debolezze del mercato digitale europeo: la frammentazione nazionale. L’Unione può avere un mercato unico sulla carta, ma per molti servizi digitali cittadini e imprese devono ancora confrontarsi con sistemi di identificazione, documenti e procedure differenti. L’interoperabilità del portafoglio dovrebbe contribuire a ridurre proprio questo problema, permettendo a un cittadino di utilizzare credenziali emesse nel proprio Paese anche quando interagisce con servizi situati in un altro Stato membro.

Il modello scelto non prevede tuttavia la creazione di un’unica applicazione europea. Ogni Stato membro svilupperà il proprio portafoglio, ma tutte le applicazioni dovranno condividere standard tecnici comuni. È una soluzione che lascia ai governi nazionali un certo controllo sull’implementazione, cercando allo stesso tempo di garantire che i diversi sistemi possano comunicare tra loro. In teoria, dunque, il cittadino italiano potrebbe utilizzare il proprio portafoglio anche in Germania, Francia o Spagna senza dover creare ogni volta una nuova identità digitale. Nella pratica, la qualità dell’esperienza dipenderà da quanto saranno uniformi gli standard e da quanto rapidamente i singoli Paesi riusciranno a rendere effettiva l’interoperabilità.

La distanza tra le diverse tabelle di marcia mostra però che l’obiettivo europeo è ancora lontano dall’essere raggiunto in modo uniforme. Se un Paese prevede il debutto a gennaio 2027 e un altro alla fine dello stesso anno, mentre la scadenza comune è fissata a dicembre 2026, il rischio è che la prima fase dell’identità digitale europea sia caratterizzata proprio da quelle differenze nazionali che il progetto dovrebbe contribuire a superare.

La scommessa italiana

Per l’Italia la sfida è dunque duplice. Da un lato occorre mantenere il vantaggio accumulato nella fase di avvio, trasformando IT-Wallet in una componente pienamente interoperabile con il sistema europeo. Dall’altro bisogna preparare il mondo produttivo a un cambiamento che avrà conseguenze ben oltre la pubblica amministrazione. La scadenza del 24 dicembre 2027 per le imprese può sembrare ancora lontana, ma per banche e grandi operatori digitali la fase di progettazione, integrazione e test richiede tempi molto più lunghi.

Il fatto che quasi 8 milioni di persone utilizzino già ogni mese l’ecosistema italiano rappresenta un punto di partenza importante, ma non basta da solo a garantire il successo del progetto. L’EUDI Wallet dovrà dimostrare di essere semplice da usare, interoperabile, sicuro e sufficientemente affidabile per diventare parte delle normali transazioni economiche. Dovrà soprattutto riuscire a trasformare la promessa della semplificazione in un vantaggio concreto per cittadini e imprese.

La partita europea dell’identità digitale, quindi, è ormai entrata nella fase decisiva. Il 24 dicembre 2026 rappresenta la prima scadenza: entro quella data i 27 Stati membri dovrebbero avere almeno un portafoglio disponibile. Un anno dopo, il 24 dicembre 2027, toccherà alle imprese adeguarsi. Nel mezzo ci sarà un passaggio ancora più delicato, quello di luglio 2027 per le banche. L’Europa ha già testato il modello attraverso 350 organizzazioni, oltre 1.500 credenziali emesse e più di 8.000 transazioni transfrontaliere. Ora dovrà dimostrare che un sistema nato nei progetti pilota può diventare un’infrastruttura digitale utilizzabile su scala continentale. E l’Italia, con il proprio IT-Wallet integrato nell’app IO e quasi 8 milioni di utenti mensili, parte da una posizione già concreta. La vera sfida sarà trasformare quel vantaggio iniziale in un sistema europeo che funzioni davvero senza frontiere digitali.