L’Europa torna a investire sul riscaldamento elettrico e il caro-gas riapre una partita che sembrava essersi raffreddata dopo la crisi energetica. Nei primi sei mesi del 2026 le vendite di pompe di calore sono cresciute dell’11%, riportando il settore in territorio positivo dopo la brusca frenata del 2024. Dietro la ripresa ci sono lo shock dei prezzi energetici, ma anche una questione sempre più centrale per famiglie e imprese: rendere l’elettricità più conveniente rispetto ai combustibili fossili.
Un mercato da oltre un milione di apparecchi
Tra gennaio e giugno sono state vendute circa 1,16 milioni di pompe di calore nei dodici mercati europei monitorati dall’European Heat Pump Association, contro 1,048 milioni nello stesso periodo del 2025. Il dato comprende Austria, Belgio, Svizzera, Danimarca, Finlandia, Francia, Germania, Italia, Paesi Bassi, Norvegia, Portogallo e Svezia e segna un’inversione rispetto alla fase di contrazione successiva al boom del 2022. Per l’EHPA, tra i fattori che hanno riacceso la domanda ci sono il rialzo del gas e le politiche volte a ridurre il costo dell’elettricità.
La ripresa
La ripresa si inserisce peraltro in un mercato che aveva già iniziato a rialzare la testa nel 2025: secondo l’associazione, le vendite residenziali erano aumentate allora di oltre il 10% nei sedici Paesi esaminati, raggiungendo circa 2,62 milioni di unità. Francia, Germania e Italia rappresentano oggi una quota rilevante del mercato continentale, mentre nei Paesi nordici la diffusione è già molto più avanzata. La sfida industriale si sposta quindi dalla semplice crescita dei volumi alla capacità di rendere la tecnologia economicamente competitiva anche nei mercati meno maturi.
Il vero nodo è nella bolletta elettrica
Le pompe di calore utilizzano energia presente nell’aria, nell’acqua o nel terreno e la trasferiscono negli edifici attraverso l’elettricità. Proprio per questo il confronto con le caldaie a gas dipende in larga parte dal rapporto fra i prezzi dei due vettori energetici. Bruxelles riconosce che nell’Unione l’elettricità può costare fino a circa tre volte il gas e punta a ridurre questo divario intervenendo su fiscalità, oneri di rete, flessibilità e accumuli.
Il problema riguarda soprattutto la struttura delle imposte.
Il carico fiscale
In diversi Paesi l’elettricità continua a sostenere un carico fiscale superiore a quello applicato al gas, riducendo il vantaggio derivante dalla maggiore efficienza energetica delle pompe di calore. Il nuovo indirizzo europeo è che l’elettricità non venga tassata più pesantemente del gas: Belgio e Paesi Bassi sono indicati dall’EHPA tra gli esempi di riequilibrio, mentre altri governi utilizzano incentivi e agevolazioni fiscaliper ridurre il costo iniziale dell’investimento.
Bruxelles punta a quattro milioni di installazioni l’anno
La svolta è entrata nel Piano d’azione europeo per l’elettrificazione, presentato dalla Commissione il 17 luglio. Bruxelles punta a portare la quota dell’elettricità sui consumi energetici europei dall’attuale 23% a un valore indicativo del 46% entro il 2040, accelerando la conversione di edifici, trasporti e industria. Per le pompe di calore l’obiettivo indicato è far salire il ritmo annuale di installazione dalle circa 2,4 milioni di unità attuali a circa quattro milioni entro il 2030.
Il riscaldamento domestico
La posta in gioco va molto oltre il mercato del riscaldamento domestico. Secondo la Commissione, raggiungere gli obiettivi di elettrificazione potrebbe ridurre la fattura europea per le importazioni di combustibili fossili fino a 260 miliardi di euro l’anno entro il 2040. Bruxelles stima inoltre che il passaggio da una caldaia a gas a una pompa di calore possa ridurre fino al 60% la spesa media per il riscaldamento di una famiglia europea, anche se il risultato effettivo dipende da prezzi energetici, caratteristiche dell’edificio e condizioni nazionali.
Dalla sicurezza energetica alla politica industriale
Dietro la nuova accelerazione c’è infine il tema della sicurezza energetica. La dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili continua a esporre l’Europa alle crisi geopolitiche e alla volatilità dei mercati internazionali, mentre circa il 70% dell’elettricità dell’Unione proviene ormai da fonti pulite prodotte internamente. Per Bruxelles elettrificare una quota maggiore dei consumi significa quindi non soltanto ridurre le emissioni, ma anche limitare l’esposizione dell’economia agli shock esterni.
















