Il Pd canta vittoria, ma i numeri del consenso elettorale proiettabili (arbitrariamente, per carità!) su scala nazionale a partire dalle amministrative di domenica scorsa non gli permetterebbero di governare con i soli Cinquestelle neanche lontanamente, rendendo precaria qualunque più larga intesa.

Il Centrodestra come Re Mida 

La Lega è uscita massacrata dal confronto con Fratelli d’ItaliaMatteo Salvini non ha più titolo per autoproclamarsi leader del centrodestra. La Meloni va avanti ma resta zavorrata dalle pessime compagnie della sua base elettorale, da Forza Nuova a Casa Pound e a tutto l’armamentario neofascista che neanche la Le Pen in Francia ha mai saputo rinnegare. E Forza Italia rimane ostaggio del suo fondatore contemporaneamente immarcescibile e ormai evanescente.

Nell’insieme, il Centrodestra conferma questa sua sindrome surreale da “fame in mezzo all’abbondanza”, come il Re Mida della mitologia, ricchissimo ma incapace di nutrirsi della sua ricchezza: ha la maggioranza dei consensi del Paese ma non è una maggioranza convertibile in governo.

Giustizia, ennesimo referendum-flop 

flop dei referendum è una patacca in più sulla camicia zozza del centrodestra ma anche sulla salute della democrazia italiana, segnata da un generale crollo vergognoso dell’affluenza: il vergognoso 20% del referendum sancisce l’inutilità di uno strumento che peraltro era già stato molte volte vilipeso dalla storia, come quello che chiedeva la responsabilità dei giudici (sempre loro!) e che passò a furor di popolo senza poi sortire il minimo effetto, grazie all’arrocco delle toghe e dei partiti. 

Ma nemmeno per il sindaco si va a votare 

Ma il crollo dell’affluenza referendaria non deve far dimenticare il disastroso crollo di quella amministrativa, scesa dal 60,12% della precedente tornata al 54, 72%.

I cittadini credono sempre meno all’utilità di questo rito, su cui pure si fonda la democrazia. Ed è gravissimo questo distacco di 6 punti, tanto più nell’unica sede in cui – proprio le elezioni comunali – l’effetto del voto si vede subito nella scelta di un sindaco che ha, localmente, poteri veri, da piccolo premier.

Crollo mercati, le colpe della Bce

Nell’insieme, un disastro politico e sociale.

Intanto, la costruzione europea conferma la fragilità strutturale delle sue fondamenta, che sono non a caso burocratiche e non politiche, né democratiche.

La Banca centrale europea – che resta a trazione tedesca, e quindi votata essenzialmente se non unicamente a contrastare la bestia nera dei tedeschi: l’inflazione – alza i tassi e interrompe il Quantitative Easing, facendo crollare i mercati e allargare lo spread tra il bund tedesco e gli altri titoli, primo fra i quali il nostro Btp; e inducendo a una garbatissima critica perfino il portavoce sostanziale del premier Draghi, cioè l’economista Francesco Giavazzi.

Inflazioni uguali e diverse in USA e Ue 

La critica di Giavazzi non è contro la Bce, per carità, che non potrebbe fare altro; ma contro le autorità europeeche non capiscono la natura diversa tra la nostra inflazione e quella americana. Secondo Giavazzi, che potrebbe anche aver ragione, la nostra inflazione ha come unica causa il caro-energia, mentre quella americana ha come causa un eccesso di domanda… 

Gas, il tetto al prezzo? Difficile si faccia  

Sarà, ma resta il fatto che l’Europa non sa come difendersi dall’inflazione da caro-energia perché sul tetto al prezzo del gas, misura difensiva suggerita dall’Italia, ancora accordo non c’è e comunque difficilmente un’Unione condizionata dalla regola dell’unanimità raggiungerà questo accordo, di vocazione anti-russa, almeno finchè resiste il baluardo putiniano dell’ungherese Orban.

Tassi più alti contro il caro-dollaro 

Il piccolo particolare che Giavazzi non cita è poi l’effetto-traino che il rialzo dei tassi americani esercita su quelli europei: se l’Europa non alza anche i suoi, i capitali defluiscono verso il dollaro, che non a caso si sta rivalutando sull’euro, in questi giorni; e il caro-dollaro comporta un rincaro di tutti gli acquisti che i Paesi dell’Eurozona devono effettuare in dollari, non solo gas e petrolio ma anche, ad esempio, vaccini, microchip e cereali.

Draghi vuole aumento del Pil con il PNRR

Il ragionamento divensivo che fa Draghi, per interposto Giavazzi, è semplice: lo spread non può che salire a causa del rialzo dei tassi e l’unico rimedio che un Paese molto indebitato come l’Italia può adottare contro lo spread e dunque contro l’aumento del costo del suo debito è la riduzione del rapporto debito-Pil. In che modo? Aumentando il Pil. Ma può l’Italia aumentare il Pil? Sì, risponde Draghi: attivando gli investimenti del Pnrr.

Il governo è stabile ma debole 

E qui il ragionamento si fa perfetto e astratto contemporaneamente: perché un governo come questo, che ha davanti a sè solo dieci mesi di lavoro, sorretto da un’intesa larga quanto discorde su tutto, un governo privo di connessioni operative vere con le tecnostrutture ministeriali, per quanto possa produrre decreti di qualche ambizione, sul piano pratico è destinato a essere inconcludente.

Il paradosso di Draghi è proprio questo: il suo governo è stabile perché non conviene a nessuno ed è inverosimile una “spallata” che lo faccia cadere prima del tempo; ma è anche debole, anzi debolissimo, perché il suo peso operativo, all’interno del Paese già minimo, è ormai rasoterra