corruzione
Il presidente dell'Anac Giuseppe Busia

La relazione del presidente di Anac Giuseppe Busia alla camera di questa mattina non lascia spazio a fraintendimenti, così come sono concepiti e gestiti il ponte sullo stretto, il Pnrr e il nuovo codice appalti non vanno bene. Un’altra tegola cade sulla testa del governo, dopo quella della Banca d’Italia e dell’Ufficio parlamentare di bilancio. Se non “l’è tutto da rifare”, come avrebbe detto Gino Bartali, c’è molto da rivedere. E in alcuni punti (vedi codice degli appalti) per il presidente dell’autorità anti corruzione si stava meglio quando si stava peggio. Ad esempio quando era vietato il subappalto a cascata, che questo governo ha tolto. Pur non essendo prescrizioni vincolanti, quelle di Bankitalia rappresentano un campanello d’allarme per l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni.

Pnnr alcune misure vanno riviste

Sul Pnrr “decisiva sarà la rinegoziazione di alcune misure”, ha detto Busia. “Non tutti gli investimenti hanno la medesima urgenza. Per questo possono essere utilmente spostati su altri finanziamenti europei. Il Pnrr deve essere terreno condiviso, sottratto alla dialettica politica di corto respiro. Precondizione di tutto ciò è la massima trasparenza e controllabilità dei progetti e dello stato degli investimenti”.

Nuovo codice appalti: “La deroga non sia regola”

Sul nuovo Codice AppaltiBusia ha ripetuto: “La deroga non può diventare regola, senza smarrire il suo significato e senza aprire a rischi ulteriori. Nel tempo in cui, grazie all’impiego delle piattaforme di approvvigionamento digitale e all’uso di procedure automatizzate, è possibile ottenere rilevantissime semplificazioni e notevoli risparmi di tempo, accrescendo anche trasparenza e concorrenza, sorprende che per velocizzare le procedure si ricorra a scorciatoie certamente meno efficienti, e foriere di rischi. Tra queste, l’innalzamento delle soglie per gli affidamenti diretti, specie per servizi e forniture, o l’eliminazione di avvisi e bandi per i lavori fino a cinque milioni di euro”.

Forte il richiamo del Presidente Anac alla qualificazione delle stazioni appaltanti, indispensabile per la modernizzazione dell’Italia e raggiungere standard europei. “Solo le amministrazioni in grado di utilizzare le più evolute tecnologie possono gestire le gare più complesse e procedure quali project financing e dialogo competitivo”. “Le potenzialità insite nella riforma – ha aggiunto il Presidente Anac – sono state, tuttavia, limitate innalzando a 500.000 euro la soglia oltre la quale è obbligatoria la qualificazione per l’affidamento di lavori pubblici, col risultato di escludere dal sistema di qualificazione quasi il 90% delle gare espletate”. “Non possiamo più sostenere un’architettura istituzionale in cui tutte le 26.500 stazioni appaltanti registrate possano svolgere qualunque tipo di acquisto, a prescindere dalle loro capacità. Occorre una drastica riduzione del loro numero, unitamente alla concentrazione delle procedure di affidamento in alcune decine di centrali di committenza specializzate, diffuse sul territorio, che diventino centri di competenza al servizio delle altre stazioni appaltanti. Si tratta di una necessità, non solo per rispondere all’obiettivo posto dal Pnrr, ma anche per assicurare procedure rapide, selezionare i migliori operatori e garantire maggiori risparmi nell’interesse generale”.

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Busia ha poi messo in guardia sui rischi del “subappalto a cascata”. “Il nuovo Codice appalti – ha detto – ha eliminato il divieto del “subappalto a cascata”. Non possiamo dimenticare che tale istituto, per poter conservare una ragione economica, quasi sempre porta con sé, in ogni passaggio da un contraente a quello successivo, una progressiva riduzione del prezzo della prestazione. E questa necessariamente si scarica o sulla minore qualità delle opere, o sulle deteriori condizioni di lavoro del personale impiegato. Quando il ricorso al subappalto non è giustificato dalla specificità delle prestazioni da realizzare, mentre può risultare vantaggioso per il primo aggiudicatario, si rivela il più delle volte poco conveniente per la stazione appaltante, per i lavoratori e per le stesse imprese subappaltatrici, che vedono via via compressi i propri margini di profitto, rispetto a quanto avrebbero ottenuto come aggiudicatarie dirette”.

Ponte sullo stretto: non c’è equilibrio tra pubblico e privato

Per quanto riguarda il Decreto sul Ponte dello StrettoBusia ha ribadito: “Rileviamo uno squilibrio nel rapporto tra il concedente pubblico e la parte privata, a danno del pubblico, sul quale finisce per essere trasferita la maggior parte dei rischi. Il recente decreto-legge, sulla base di un progetto elaborato oltre dieci anni fa, ha riavviato l’iter di realizzazione del ponte tra Sicilia e Calabria. Sono stati, da parte di Anac, proposti alcuni interventi emendativi volti a rafforzare le garanzie della parte pubblica, non accolti, tuttavia, dal Governo in sede di conversione del decreto”.

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