PNRR progetti finanziati

C’è un indicatore poco visibile nel dibattito pubblico, ma decisivo per chi investe, produce e prende decisioni strategiche: la qualità istituzionale. È su questo terreno, spesso considerato immobile, che l’Italia registra uno dei progressi più sorprendenti degli ultimi anni. A certificarlo è un’analisi della Banca centrale europea, che attribuisce al Piano nazionale di ripresa e resilienza un impatto concreto e misurabile: tra il 2021 e il 2024 il divario rispetto ai Paesi più virtuosi si è ridotto del 16,8%.

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Il dato emerge da un working paper della Bce che utilizza un approccio bayesiano di controllo sintetico per isolare l’effetto delle politiche legate al Recovery and Resilience Facility. Il punto di riferimento, la cosiddetta “frontiera” dei Worldwide Governance Indicators, è rappresentato dalla media dei tre Paesi con le migliori performance nel 2021: Danimarca, Finlandia e Norvegia. È rispetto a questo benchmark che viene misurata la distanza dell’Italia, e proprio qui si registra il progresso più significativo.

Secondo lo studio, l’Italia è l’unico Paese per il quale si osserva un contributo positivo, robusto ed economicamente rilevante del Pnrr sulla qualità istituzionale. In termini numerici, l’effetto stimato equivale a circa 0,25 punti di miglioramento nell’indice, una variazione considerata “considerevole” dagli stessi economisti della Bce. Non si tratta di un rimbalzo congiunturale, ma di un segnale strutturale, che incide sulla capacità del sistema Paese di attrarre investimenti e sostenere la crescita.

Il cuore di questo miglioramento risiede nelle riforme. L’analisi evidenzia come il piano italiano abbia messo in campo interventi mirati su due nodi storici: il sistema giudiziario e la pubblica amministrazione. Si tratta di ambiti che per anni hanno rappresentato un freno alla competitività, incidendo sui tempi della giustizia, sull’efficienza burocratica e sulla certezza del diritto. L’accelerazione impressa dal Pnrr ha prodotto effetti che, pur ancora in fase di consolidamento, iniziano a emergere con chiarezza nei dati.

Il meccanismo è semplice quanto potente: i finanziamenti europei sono stati vincolati all’attuazione di riforme e obiettivi precisi. Questo legame tra risorse e cambiamento ha funzionato da leva, spingendo il sistema a superare inerzie storiche. Non a caso, lo studio sottolinea come i Paesi che hanno implementato più rapidamente le riforme e si sono concentrati sulla governance abbiano registrato risultati più marcati.

Nel caso italiano, il miglioramento della qualità istituzionale si traduce in un rafforzamento delle condizioni economiche di fondo. Un sistema più efficiente riduce i costi di transazione, migliora la prevedibilità e aumenta la fiducia degli operatori economici. In altre parole, crea un ambiente più favorevole per imprese e investitori, con effetti potenziali sulla crescita di lungo periodo.

Il dato del 16,8% di riduzione del gap rispetto alla frontiera europea non va letto come un punto di arrivo, ma come un indicatore di direzione. L’Italia resta distante dai livelli dei Paesi leader, ma il percorso di convergenza appare avviato. E soprattutto, per la prima volta, sostenuto da evidenze quantitative robuste.

Per il mondo delle imprese e della finanza, si tratta di un segnale da non sottovalutare. La qualità delle istituzioni è uno dei fattori chiave nella valutazione del rischio Paese, nella definizione dei rendimenti attesi e nelle decisioni di allocazione del capitale. Un miglioramento strutturale, anche se graduale, può modificare le traiettorie di investimento e ridefinire il posizionamento dell’Italia nello scenario europeo.

Resta ora la sfida più complessa: rendere questi progressi permanenti. Il Pnrr ha agito come catalizzatore, ma la sostenibilità dei risultati dipenderà dalla capacità di consolidare le riforme e di proseguire lungo la stessa traiettoria anche oltre l’orizzonte del piano.