Evasione fiscale privacy Pnrr

Per anni il dibattito sul Pnrr si è concentrato soprattutto sulle risorse da spendere, sugli obiettivi da centrare e sui ritardi da recuperare. Ora, però, a emergere con forza è un altro fronte: quanto costa finanziare quella stagione di investimenti. Nel 2026 l’Italia dovrà pagare 2,8 miliardi di euro di interessi sui prestiti legati al Piano nazionale di ripresa e resilienza, una soglia che da sola si avvicina a quanto versato complessivamente nei due anni precedenti. Un dato che, come riportato da Milano Finanza, restituisce la misura del cambio di scenario: il Pnrr resta una leva strategica, ma la componente a debito pesa sempre di più in un contesto segnato dall’effetto dei tassi.

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Il 64% è fatto di prestiti da rimborsare

Il punto, infatti, è nella composizione delle risorse. Del totale dei 194,4 miliardi del Recovery Plan assegnati all’Italia, 122,6 miliardi — pari al 64% — sono prestiti. Non trasferimenti, quindi, ma debito da restituire con interessi. È qui che il tema smette di essere solo europeo e diventa pienamente di finanza pubblica nazionale. Nel bilancio di previsione del Mef per il triennio 2026-2028 il profilo della spesa per interessi appare ormai definito: 2,8 miliardi nel 2026, 3,4 miliardi nel 2027 e 2,8 miliardi nel 2028. Per gli ultimi due anni, peraltro, le stime risultano riviste al ribasso rispetto alle precedenti previsioni (3,6 miliardi), segnale di uno scenario meno teso rispetto ai mesi più critici.

La stretta Bce e l’effetto domino sul costo del Recovery

L’aumento dei costi non nasce a Roma, ma passa dai mercati e dalla politica monetaria. La Commissione europea finanzia il Recovery indebitandosi con emissioni obbligazionarie e trasferisce poi ai Paesi membri prestiti sostanzialmente legati a quel costo di raccolta. Quando il denaro sale, sale anche il conto per gli Stati. Il caso italiano lo mostra con chiarezza: il prefinanziamento da 24,9 miliardi erogato nell’agosto 2021 arrivò in un contesto di tassi Ue pari a zero; poi la Bce ha alzato il costo del denaro fino al 4,5% per contrastare l’inflazione, prima del rientro al 2%. L’impatto sulle previsioni è stato immediato: la spesa per interessi sul Pnrr è passata, nelle stime, da 500 a 850 milioni per il 2024, da 710 milioni a 2 miliardi per il 2025, e da 2,5 a 2,8 miliardi per il 2026. In due anni, quasi 2 miliardi di revisione al rialzo.

No a nuove risorse, ma il conto resta alto

Il prossimo anno sarà un passaggio decisivo anche per un altro motivo: il 2026 sarà il primo senza nuove risorse Pnrr, quindi senza nuovo debito contratto dall’Italia con l’Unione europea nell’ambito del Piano. Questo dovrebbe contribuire a stabilizzare il livello della spesa per interessi e, successivamente, ad avviare una graduale discesa, man mano che le tranche entreranno nel piano di rimborso. Ma la lezione resta netta: i grandi prestiti ampliano la capacità di investimento, però espongono i conti pubblici alla variabile tassi. E accanto agli interessi c’è anche la macchina amministrativa: nel 2026 il Mef dovrà sostenere 3,5 milioni di euro di costi amministrativi legati al Pnrr, in lieve aumento rispetto alle attese. Un importo marginale rispetto ai miliardi degli interessi, ma simbolico di una verità ormai evidente: il Pnrr non è solo una partita di spesa, è anche una partita di costo.