Ma perché non ci abbiamo pensato prima? Viene da chiederselo di fronte al successo dei Pir, i Piani Individuali di Risparmio che promettono di chiudere l’anno con una raccolta complessiva attorno ai 10 miliardi, molto più di quanto immaginato al momento del varo della legge. Salvo la “profezia” di quel mago del risparmio gestito che è Ennio Doris che, non appena pubblicata la legge, ebbe a dichiarare “Due miliardi li raccolgo io da solo”. Obiettivo che probabilmente verrà battuto al rialzo sotto l’impulso degli spot dedicati alle piccole imprese (altra genialata di Mediolanum), ovvero lo sbocco naturale dei quattrini raccolti via Pir.

Ma torniamo alla domanda iniziale. Ci voleva tanto a capire che l’Italia era pronta a seguire le orme di altri Paesi che ai Pir ci hanno pensato da tempo? La Francia, ad esempio, che vanta un patrimonio di 120 miliardi di euro nei Pea. O il Regno Unito, ove gli Isa amministrano asset per 517 miliardi. Probabilmente sì. Era necessario che il “Bot people” sbattesse prima la faccia contro i rendimenti negativi del debito pubblico. O, peggio, finisse vittima di scandali e raggiri più o meno fraudolenti che hanno accompagnato in questi anni tanti investimenti sulla carta sicuri, specie in banca. Ma ci voleva anche che gli imprenditori, da sempre abituati a rischiare più con i quattrini altrui elargiti dal credito (non sempre con procedimenti lineari), prendessero atto che per i finanziamenti non si poteva contare più (solo) sulle banche.       

Nel 2018 bisognerà puntare sui fondi di crescita per le non quotate, sul private placement e sui basket bond per le aziende in espansione

Per questi motivi i segnali del cambiamento, Pir ma non solo, rappresentano forse l’eredità più virtuosa del 2017. Certo, non è il caso di cantar vittoria prima del tempo. L’Italia resta il Paese ove i grandi investitori istituzionali, specie i fondi pensione, hanno un peso risibile (il 3,7 per cento) sul mercato. Ma non è più il momento dei piagnistei: questa si avvia ad essere un’ottima annata. Il prossimo passo, da compiere nel 2018, è la creazione di Fondi di crescita che raccolgano capitali per aziende non quotate, vuoi perché troppo piccole, vuoi perché in una fase di crescita che non consiglia l’approdo sul mercato. 

Senza trascurare lo strumento dei private placement, arma preziosa per rimuovere un altro gap storico del capitalismo di casa nostra: le dimensioni troppo piccole. Ma è matura l’Italia per un passaggio del genere? Forse più di quel che non si creda, a giudicare dal successo di Elite, il programma di Borsa Italiana che in cinque anni ha già “laureato” più di 400 imprese alla ricerca di un salto di qualità manageriale, finanziario o tecnologico. All’ultima edizione, presentata il 6 novembre scorso, partecipano 34 aziende, ditte in origine quasi tutte a carattere familiare che oggi già vantano un fatturato medio di 58 milioni (con un tasso di crescita annuo del 13 per cento): un campione rappresentativo del capitalismo in via di trasformazione che magari non approderà in Borsa ma che, sia dal punto di vista della governance che degli equilibri finanziari, è pronto ad un salto di qualità. Magari attraverso i basket bond, nati nell’ambito di Elite con la garanzia di Cdp e della Bei.  Si tratta di obbligazioni che hanno per sottostante un gruppo di aziende, magari di settori diversi, ma accomunate dalle buone prospettive di crescita e che, grazie a questa combinazione, possono presentarsi sul mercato con una massa critica sufficiente per aver accesso a grandi investitori. La prima operazione, presto sulla rampa di lancio, consentirà ad una dozzina di imprese di raccogliere tra i 150 e i 180 milioni.