L’Italia raccoglie sempre più plastica, ma rischia di non sapere più dove metterla. È il paradosso che sta mettendo sotto pressione una delle filiere centrali dell’economia circolare: mentre aumenta la quantità di imballaggi intercettati dalla differenziata, diminuiscono gli sbocchi per il materiale riciclato e i depositi si riempiono. Il risultato è una crisi che dal mercato sta arrivando fino ai cassonetti. In alcuni territori la raccolta è già stata temporaneamente sospesa e il problema rischia di allargarsi se non verranno liberati gli stoccaggi saturi.

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L’Italia ricicla il 49,6%, ma i magazzini sono pieni

Secondo i dati indicati da Corepla, nel 2025 l’Italia ha raggiunto un tasso di riciclo del 49,6% degli imballaggi in plastica. Nel primo semestre del 2026 la raccolta differenziata è cresciuta ancora, del 5%, ma contemporaneamente la capacità di selezione si è ridotta di 11.500 tonnellate. Nel 2025, secondo Corepla, erano già venute meno circa 400 mila tonnellate di capacità di riciclo e negli ultimi tre anni in Europa hanno chiuso 45 impianti. Una forbice che aiuta a spiegare perché una maggiore raccolta non si traduca automaticamente in maggiore riciclo.

Comprare fuori dall’Ue può convenire

Il nodo è anche economico. La filiera italiana deve competere con plastica vergine e riciclata extra-Ue venduta a prezzi molto bassi. Corepla sostiene che una parte delle importazioni di materiale riciclato arrivi sul mercato a condizioni difficilmente replicabili dagli operatori europei, sottoposti agli standard comunitari. Conai aveva già segnalato a febbraio che la concorrenza delle plastiche vergini e riciclate provenienti da Paesi extra-Ue stava restringendo gli sbocchi commerciali della materia ottenuta dalla raccolta differenziata italiana.

Dalla crisi industriale ai sacchetti lasciati a casa

Il problema non è più soltanto nei bilanci dei riciclatori. A Tratalias, in Sardegna, dal 10 settembre è stata disposta la sospensione temporanea della raccolta e del conferimento agli ecocentri dopo il raggiungimento dei limiti di stoccaggio del circuito Corepla. Anche Sant’Antioco ha comunicato criticità nella ricezione del materiale, mentre il Comune di Riano, nel Lazio, ha avvertito della possibilità di rallentamenti e sospensioni. Sono episodi territoriali, non uno stop nazionale, ma mostrano come la saturazione degli impianti possa risalire rapidamente la filiera fino al servizio offerto ai cittadini.

Il rischio incendi e lo spettro dei termovalorizzatori

L’accumulo di grandi quantità di plastica pone anche un problema di sicurezza. Già a giugno l’Emilia-Romagna aveva chiesto al governo un intervento urgente, denunciando la progressiva saturazione dei centri e il conseguente aumento del rischio incendi. La Regione aveva indicato anche un secondo paradosso: se non fosse stato possibile liberare gli stoccaggi, una parte della plastica correttamente differenziata dai cittadini avrebbe potuto essere destinata alla termovalorizzazione anziché al riciclo.

Aumentano i contributi Conai

La crisi ha già prodotto conseguenze economiche. Conai ha deciso di aumentare dal 1° ottobre 2026 il contributo ambientale sugli imballaggi in plastica, con incrementi differenti a seconda della riciclabilità: la fascia A1.1 passerà da 40 a 51 euro per tonnellata, mentre la fascia C salirà da 790 a 922 euro per tonnellata. L’obiettivo dichiarato dal Consorzio è garantire risorse sufficienti alla continuità della filiera e mantenere almeno il 50% di riciclo, compensando l’aumento dei costi di raccolta, selezione e trattamento e la debolezza della domanda per alcune plastiche riciclate.

Una crisi che mette alla prova l’economia circolare

Il cortocircuito è evidente: i cittadini separano più rifiuti, il sistema raccoglie più plastica, ma il mercato non riesce ad assorbire abbastanza materia prima seconda. Se produrre o importare materiale concorrente costa meno che acquistare quello recuperato in Europa, l’intero meccanismo economico del riciclo perde equilibrio. E quando gli impianti rallentano, i depositi si saturano e la plastica non trova più una destinazione, il problema smette di riguardare soltanto l’industria: arriva direttamente alla raccolta urbana.