L’Italia registra un nuovo record sul fronte dell’occupazione, ma il dato positivo non basta a dissipare le preoccupazioni sul futuro del sistema previdenziale. A fotografare un mercato del lavoro sempre più numeroso, ma caratterizzato da retribuzioni contenute, maggiore discontinuità lavorativa e crescente peso del settore dei servizi, è il Rapporto annuale dell’Inps, presentato dal presidente Gabriele Fava. Il documento evidenzia come la qualità dell’occupazione sia oggi il principale elemento destinato a incidere sulle pensioni delle prossime generazioni.
Occupazione ai massimi, ma cresce il peso dei lavori meno retribuiti
Secondo il Rapporto annuale Inps 2026 (dati riferiti al 2025), gli occupati hanno superato quota 24 milioni, raggiungendo il livello più elevato degli ultimi anni grazie soprattutto alla crescita dei contratti a tempo indeterminato. Dietro questo risultato, però, si nasconde una trasformazione del tessuto produttivo: aumenta infatti il peso dei servizi, settore che offre spesso salari inferiori, minore produttività e percorsi lavorativi più frammentati rispetto all’industria. Parallelamente, continua a ridursi l’incidenza delle imprese manifatturiere, storicamente più generose sotto il profilo retributivo e contributivo.
Salari in crescita, ma il potere d’acquisto resta una sfida
Nel 2025 la retribuzione media annua lorda dei lavoratori dipendenti, esclusi operai agricoli e domestici, ha raggiunto i 27.649 euro, con un incremento del 3,6% rispetto all’anno precedente e del 14,5% rispetto al 2019. La media, tuttavia, nasconde differenze molto marcate: i lavoratori impiegati full time per l’intero anno percepiscono in media oltre 41 mila euro, mentre chi lavora in part time e per periodi limitati si ferma poco sopra i 9 mila euro annui. L’Inps sottolinea inoltre che gli interventi fiscali e contributivi introdotti dal Governo hanno consentito ai redditi medio-bassi di recuperare quasi interamente gli effetti dell’inflazione, compensando almeno in parte la perdita del potere d’acquisto.
Pensioni future sotto pressione tra carriere discontinue e denatalità
Per l’Istituto previdenziale il vero nodo riguarda la continuità contributiva. I giovani entrano nel mercato del lavoro con percorsi più discontinui e accumulano meno contributi nei primi anni di attività, elemento destinato a riflettersi sugli assegni pensionistici futuri. Il presidente Gabriele Fava ribadisce che la previdenza non nasce al momento del pensionamento, ma dal primo contratto e dalla regolarità dei versamenti. In questo contesto pesano anche il calo demografico e la bassa partecipazione femminile al lavoro, fattori che riducono ulteriormente la base contributiva del sistema.
Smart working, natalità e nuovi equilibri del welfare
Tra gli elementi più interessanti messi in evidenza dal Rapporto emerge il ruolo dello smart working, associato a una maggiore probabilità di diventare madri e di avere un secondo figlio. Secondo l’Inps, il lavoro da remoto favorisce una migliore conciliazione tra attività professionale e vita familiare, con un incremento del reddito delle madri nell’anno successivo alla nascita stimato tra 1.100 e 1.300 euro. Lo studio evidenzia inoltre che chi lavora da remoto tende a posticipare il pensionamento, mentre cresce il fenomeno dei pensionati lavoratori, segnale di un confine sempre meno netto tra attività lavorativa e quiescenza. Sul fronte previdenziale permane inoltre un marcato divario di genere. Alla fine del 2025 i pensionati erano circa 16,4 milioni, con un assegno medio mensile di 2.166 euro per gli uomini e 1.619 euro per le donne, una differenza del 34% riconducibile a carriere lavorative storicamente più discontinue e a retribuzioni inferiori. Cresce infine il peso dei lavoratori stranieri, oggi circa un dipendente su sette, considerati dall’Inps una componente sempre più importante per sostenere il sistema produttivo e la tenuta dei conti previdenziali.
















