«Le imprese non si trasformano da sole. Si trasformano quando sono ben governate. Si trasformano quando si dotano delle competenze manageriali necessarie»: è un passaggio chiave della relazione che Valter Quercioli, presidente di Federmanager, espone il 2 luglio all’assemblea annuale 2026 di un sindacato manageriale che rappresenta oltre sessantamila dirigenti industriali in tutta Italia. Una relazione che segna un salto di qualità nel dibattito che i dirigenti del mondo produttivo portano con fermezza all’attenzione della classe politica: le condizioni reali dell’economia nazionale sono tali da non permettere più che il dibattito si limiti alla valorizzazione delle competenze o alla selezione delle leadership. Qui si tratta di far spazio alle abilità, alle capacità operative, al “fare”.
In questa direzione va anche il “Manifesto 2026” che Federmanager ha messo a punto (scaricabile dal QR in queste pagine), dal sottotitolo “Più Industria, Più Italia. Il piano per rafforzare economia, lavoro e welfare”, esposto in sintesi nelle pagine che seguono e al centro del dibattito assembleare. Perché è su questi temi che deve svilupparsi il confronto tra il management – e le altre categorie dell’impresa – e la classe politica, soprattutto in vista della scadenza elettorale politica dell’anno prossimo, anche allo scopo.
E in questa stessa direzione va anche, sulla base del lavoro di preparazione, la relazione di Quercioli. Il presidente muove da una diagnosi condivisa con Confindustria e Confapi: l’Italia è la seconda manifattura europea, il terzo Paese al mondo per surplus commerciale, il quarto esportatore globale. Un potenziale straordinario che stenta però a esprimersi pienamente, frenato da produttività debole, imprese sottodimensionate e un gap organizzativo che rappresenta il vero ritardo competitivo del Paese. Non manca il talento: manca la fiducia in sé stessi e la capacità di liberarlo.
Da questa diagnosi nasce il Manifesto con dieci proposte concrete di policy, costruito a partire dal confronto con territori, commissioni di settore e interlocutori istituzionali. Il documento non è un libro dei sogni ma una proposta di politica industriale fondata su un principio: la managerialità è un’infrastruttura strategica nazionale, al pari di energia, trasporti e telecomunicazioni. Le grandi trasformazioni — geopolitiche, energetiche, tecnologiche — non si governano con norme e incentivi, ma attraverso la qualità delle persone che guidano le organizzazioni.
Sul fronte dell’intelligenza artificiale, il presidente di Federmanager distingue nettamente: la tecnologia aumenterà analisi, velocità decisionale ed efficienza, ma visione, giudizio ed etica resteranno profondamente umani. La sfida non è automatizzare il management ma costruire una leadership capace di governare strumenti sempre più potenti in contesti sempre più complessi — e la stessa logica vale per la Transizione 5.0, che produce produttività duratura solo se supportata da autentica cultura manageriale.
Il cuore propositivo del Manifesto è un Piano nazionale per la managerializzazione di 20.000 Pmi industriali, con l’obiettivo di raddoppiare le imprese già managerializzate, quelle che rappresentano la quasi totalità della capacità esportativa del Paese. Gli strumenti indicati sono concreti: temporary management, manager di rete, mentoring per il passaggio generazionale, formazione continua, incentivi selettivi legati a obiettivi misurabili. Non bonus a pioggia, precisa il presidente, ma investimenti verificabili per migliorare la qualità organizzativa del sistema produttivo.
A questo si lega il tema generazionale: un sistema industriale ben governato è anche più attrattivo per i giovani talenti, ed è compito del management preparare chi guiderà le organizzazioni di domani. Sullo stesso piano, va richiamato il valore dei manager senior, portatori di un patrimonio di esperienza che può ancora generare valore per la collettività e per le piccole imprese — una risorsa da valorizzare con nuove iniziative sociali ed economiche condivise tra istituzioni, imprese e parti sociali.
In chiusura, il documento del capo di Federmanager allarga la prospettiva: difendere l’industria significa difendere la capacità del Paese di sostenere sanità, scuola, pensioni e coesione sociale. Il Manifesto non è un documento di categoria ma una proposta per un’Italia più consapevole dei propri punti di forza. Il futuro, conclude Quercioli, non si eredita: si costruisce con la qualità delle persone, delle organizzazioni e delle istituzioni.
















