Per carità, l’uso distorto che in tutti i paesi europei i vari partiti – nessuno escluso – fanno da sempre dell’esito elettorale europeo permette a buon diritto alle formazioni di destra di cantare vittoria. La sostanza è però un’altra, che cioè l’Europarlamento appare candidato a confermare, con minimi rimaneggiamenti, una maggioranza “Ursula”, con o senza la Von der Leyen, ossia un accrocchio deprimente e inefficiente, che ha dimostrato ampiamente di non avere idea di come si guida l’Unione.

Il dato mortificante dell’affluenza al voto ai minimi storici conferma che i cittadini sono sempre meno confidenti nella possibilità che le istituzioni europee funzionino e li rappresentino. Emblematico quel 40% di elettori registrati in Grecia, a dimostrazione che il Paese colpito dalla Trojka, l’unico ad aver assoporato sulla sua pelle l’effetto reale della disciplina finanziaria imposta dalla Germania all’Unione, detesta questa matrigna istituzionale che l’ha preso dalla polvere solo per depredarlo e sprofondarlo ancor più nella me…lma.

Gli intellettuali organici al potere del nostro Paese, e quindi allineati alle posizioni affaristiche americane, ripetano pure altre pseudo verità, ma la verità palese è una sola: con queste regole, con queste istituzioni, con questi intrecci indissolubili di interessi, l’Europa resta sempre più vaso di coccio tra i vasi di ferro degli Stati Uniti, colosso malato di debito e droga finanziaria ma più protervo e aggressivo che mai, e della Cina, un altro gigante indecifrabile ma potente e determinato: Cina, ma potremmo dire Brics, perché l’alleanza con India, Russia, Brasile, Iran eccetera pur sgangherata trae linfa da quest’evanescenza europea.

L’unica buona notizia è l’implosione del fantoccio-Macron, una nullità creata in vitro dalle logge massoniche internazionali che l’hanno inalzato all’Eliseo, che rifugiandosi nel voto anticipato semplicemente reclama un rifornimento di carburante a chi lo manovra, ignorando forse che persino chi lo ha voluto e appunto manovrato si è ormai accorto di aver sbagliato cavallo e sta probabilmente solo cercando un sostituto che sia meno peggio.

In Italia non cambia nulla, e la crescita del Pd è un’illusione ottica – purtroppo utile all’ectoplasma Schlein per affermare un finto successo – perché la crescita di quel che fu un partito di sinistra è men che proporzionata allo svuotamento dei Cinquestelle. E il travaso di voti da Lega a Forza Italia significa solo che la Democrazia Cristiana, sotto mentite spoglie, è ancora viva: e questo è il male minore.

Poi c’è Giorgia Meloni: in gamba ed efficiente, senza dubbio. Non nell’epurare, però, il suo schieramento dal bestiario di figuri che contiene e che lei ha portato tutti avanti, imperturbabile e granitica nella sua arroganza salvifica verso chiunque – dal brutto ceffo all’idiota al bruto, dall’asino al nazifascista di Colle Oppio – la saluti col braccio teso. Potrà evolvere? Qualche timido segnale l’ha dato, vedi alla voce Matteotti. Ma troppo timido, e il tempo della verifica sta scadendo.

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.

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