Pioggia di fondi in arrivo dall’UE per non perderli urge attrezzarsi

Da qui al 2020, c’è un tesoro che sfiorerebbe i 15 miliardi di euro. Ma gli interessati, i professionisti, non lo sanno. E non approfittano dei fondi strutturali europei, ai quali pure avrebbero diritto di accedere. Per questo Confprofessioni, la principale organizzazione di rappresentanza dei liberi professionisti in Italia, ha deciso di correre ai ripari e si appresta ad aprire uno sportello ad hoc per i propri iscritti. Nel 2003, con un’apposita raccomandazione, l’Ue ha allargato il concetto di imprese, considerando tali «ogni entità, a prescindere dalla forma giuridica rivestita, che eserciti un’attività economica», non facendo distinzioni se queste «entità esercitino un’attività artigianale o altre attività a titolo individuale o familiare». E tanto è bastato per equiparare micro, piccole e medie imprese alle professioni, anche nell’accesso ai fondi europei.  Per la cronaca, il Belpaese ci ha messo 12 anni, con la Finanziaria del 2015 e con il Jobs act del lavoro autonomo del 2016, per fare proprio il principio. Fatto sta che si è finalmente aperto un sentiero verso un monte di risorse complessivo, che per Pmi e grandi imprese – e soltanto sommando Fesr e Fondo sociale europeo e i rispettivi cofinanziamenti nazionali – vale oltre 73 miliardi di euro nella programmazione 2014–2020. Dei quali, come detto, circa 15 miliardi sembrano destinati per taglia e tipologia ai progetti di Pmi e professionisti.

Nella programmazione ue 2014-2020 15 i miliardi a disposizione della categoria ma perchè possa accedervi occorrerà prima formarla

Al momento sono pochi quelli che, nelle more della programmazione precedente 2007 2013, hanno sfruttato questa possibilità: nel suo monitoraggio Confprofessioni ha calcolato che soltanto il 2,4 per cento degli aventi diritto l’ha fatto. Spiega Susanna Pisano, presidente di Confprofessioni Sardegna e delegata dell’associazione su questo fronte: «Prima di questo riconoscimento erano ammessi ai bandi soltanto i professionisti con partita Iva, di fatto aziende individuali, o gli studi professionali su base societaria. Ora però c’è da fare un lavoro per certi aspetti più complesso: sederci a un tavolo con le associazioni professionali a noi associate, capire le priorità, altrimenti non potremo mai discutere con gli enti preposti per gli accordi di partnenariato necessari». Da qui la necessità di formare i professionisti per renderli pronti a diventare attori della programmazione in corso. «Entro l’anno prossimo – annuncia Andrea Dili, presidente di Confprofessioni Lazio – apriremo su tutto il territorio nazionale degli sportelli per aiutare i professionisti negli adempimenti legati alla contrattazione di secondo livello. Accanto a questo gli sportelli daranno consulenza per scrivere i progetti e confrontarsi con i bandi inseriti nei Por regionali, che spesso sono incomprensibili». Eppure, come rilevato dal monitoraggio della stessa Confprofessioni, l’Italia è in coda alla classifica tra i Paesi Ue nella spesa dei fondi strutturali. «Sì, c’è un’altra criticità da affrontare: ci siamo accorti che i professionisti non sono informati su quali possibilità sono disponibili. Anche per questo stiamo concludendo un monitoraggio nazionale sulle risorse messe a disposizione a livello comunitario, nazionale o territoriale. Già adesso informiamo in tempo reale le associazioni professionali sparse sul territorio».

L’Italia è in coda alla classifica UE sulla spesa dei fondi strutturali. I consulenti spesso, sono poco o male informati sulle opportunità

Ma quali sono gli strumenti ai quali possono guardare i quattro milioni di autonomi? «Intanto – sottolinea Susanna Pisano – bisogna ricordare che non tutti i bandi finiscono, visto l’entità dei progetti, per essere accessibili alle piccole realtà. Per esempio la Puglia, nel piano  operativo complessivo del Fesr, destina alle Pmi 1,1 miliardi di euro sui 5,076 miliardi complessivi, mentre la Liguria 135 milioni sui 392 milioni totali».

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Ma i professionisti possono guardare anche alle garanzie per il microcredito che alcune regioni come il Lazio finanziano con il Fse oppure al credito d’imposta per la ricerca e sviluppo per gli investimenti nell’ambito del programma Horizon 2020. «Anche se le domande sono state poche – aggiunge Dili – è forte l’interesse da parte di avvocati, commercialisti, notai, farmacisti giornalisti, grafici, guide turistiche, che vista la loro attività guardano soprattutto alle forme di autoimprenditorialità e alla formazione finanziate dal Fondo sociale europeo. Mentre il Fser è adatto a chi, in progetti imprenditoriali più grandi, punta all’incentivo per i beni strutturali. Anche a fondo perduto».

in collaborazione con CONFPROFESSIONI