Il mercato azionario italiano conosce e sa valorizzare bene le sue grandi aziende. Conosce meno le altre, quelle che formano l’ossatura produttiva del Paese, che innovano, esportano e competono a livello internazionale pur restando quasi invisibili al mercato dei capitali. Le piccole e medie imprese quotate a Borsa Italiana sono numericamente preponderanti – rappresentano circa l’80% delle società sul listino – ma dal punto di vista della capitalizzazione contano appena il 3% del totale. Non è un segnale di debolezza strutturale delle aziende. È, semmai, la fotografia di un’occasione mancata: un sistema produttivo straordinario che il mercato dei capitali non è ancora riuscito a valorizzare nella sua interezza.

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I numeri del confronto europeo sono eloquenti. L’Italia ha quasi 5 milioni di imprese attive, praticamente il doppio della Spagna, eppure i due mercati azionari capitalizzano cifre simili. In Germania e Francia le società quotate valgono più di quelle non quotate; in Italia accade il contrario, con le imprese non quotate che pesano oltre il 57% della ricchezza aziendale nazionale. Il valore c’è, ma in larga parte rimane fuori dal radar del mercato.

Per far fronte a questo gap Banca Generali, insieme a Intermonte, ha dato vita a Pmi2Change, un’iniziativa che si pone l’obiettivo ambizioso di migliorare le condizioni strutturali in cui le Pmi italiane operano sui mercati finanziari. L’idea guida è costruire un ecosistema in cui visibilità, analisi, liquidità e strumenti di investimento si alimentino a vicenda, creando un circolo virtuoso invece di quello vizioso che ha caratterizzato il segmento fino ad oggi.

«Oggi le imprese hanno talento, capacità e ambizione, ma operano in un contesto sempre più complesso, in cui l’accesso al capitale e il confronto con il mercato non sono sempre all’altezza del loro potenziale. Pmi2Change nasce proprio da qui, con un obiettivo preciso: contribuire a rafforzare il legame tra capitale e imprese, riportando al centro il ruolo del mercato nella crescita delle mid&small cap», illustra l’Amministratore Delegato di Banca Generali Gian Maria Mossa. «L’Italia ha un tema di visibilità, non di sostanza», aggiunge Guglielmo Manetti, AD di Intermonte. «Il tessuto produttivo nazionale è ricco di realtà straordinarie, con modelli di business solidi, know-how unici, leadership di nicchia riconosciute in tutto il mondo. Il problema è che il mercato fatica a vederle, a raccontarle, a valorizzarle». Le conseguenze sono concrete: le Pmi quotate trattano a valutazioni che scontano fino al 50% rispetto alle large cap domestiche, non per debolezza dei fondamentali, ma per un deficit di liquidità e copertura analitica. Un circolo vizioso difficile da spezzare senza un’iniziativa di sistema.

La quotazione consente di accedere a capitali pazienti per finanziare la crescita senza diluire il controllo della famiglia o dell’azionista fondatore. Il tema assume oggi una rilevanza ulteriore in chiave generazionale. Secondo le stime Aipb, nei prossimi dieci anni circa 300 miliardi di euro di patrimoni familiari cambieranno mano in Italia – 180 già entro il 2028 – nel più grande passaggio di ricchezza tra generazioni della storia recente del Paese. Per un’impresa familiare che si trova a gestire questa transizione, una struttura quotata offre strumenti trasparenti e condivisi per affrontarla, riducendo i rischi di conflitti e rafforzando la continuità aziendale. «La quotazione non è un punto di arrivo», sottolinea Manetti. «quanto piuttosto un punto di partenza. Significa avere un linguaggio riconoscibile con il mercato, una disciplina che rafforza l’azienda dall’interno e una visibilità che apre a nuove opportunità altrimenti difficilmente perseguibili».

Pilastro di Pmi2Change è l’Indice Intermonte Valore Italia, che riunisce sotto un’unica identità 100 società quotate con capitalizzazione inferiore al miliardo di euro, escludendo quelle già presenti nel Ftse Mib. La distribuzione settoriale dice molto sulla natura del progetto: industria, salute, beni discrezionali e tecnologia coprono insieme il 77% dell’indice. L’accesso all’indice non è automatico né scontato. Su un universo di partenza di 286 società quotate con capitalizzazione inferiore al miliardo, solo 100 rispettano contemporaneamente tutti i criteri richiesti. Il flottante deve essere almeno del 30%, con una soglia minima assoluta di 5 milioni di euro. Il rapporto tra debito netto ed Ebitda non può superare le 5 volte. Nel consiglio di amministrazione deve essere presente almeno un consigliere indipendente. L’azienda deve godere di copertura di ricerca attiva negli ultimi 18 mesi. Sono escluse le banche, le società in difficoltà finanziaria, i titoli sospesi dalle negoziazioni e quelli coinvolti in procedure di offerta pubblica di acquisto. Nessun titolo può pesare più del 3% dell’indice, a garanzia di una diversificazione reale.

All’indice fa riferimento l’Etf Investlinx Intermonte Valore Italia Active Pir Ucits Etf, quotato su EtfPlus, che traduce questo universo in uno strumento accessibile a qualsiasi investitore con le stesse modalità di un Etf tradizionale. È il primo Etf attivo e Pir compliant dedicato alle Pmi italiane: una combinazione inedita che unisce i vantaggi fiscali dei Piani Individuali di Risparmio (esenzione dall’imposta sul capital gain e da quella di successione dopo cinque anni) alla flessibilità e alla liquidità di un Etf quotato in Borsa.

«L’iniziativa intende agire su due leve concrete: una maggiore visibilità e valorizzazione delle imprese quotate, attraverso l’indice Intermonte Valore Italia, e lo sviluppo di strumenti di investimento dedicati, a partire dal primo Etf attivo Pir compliant» aggiunge Mossa. «Questo strumento si inserisce in continuità con le principali iniziative di sistema e mira a diventare un meccanismo stabile per aumentare nel tempo gli investimenti e la liquidità sul mercato delle Pmi quotate. Visibilità e accesso al capitale non sono più elementi accessori, ma fattori determinanti per rafforzare la competitività e sostenere la crescita nel lungo periodo. Pmi2Change rappresenta l’evoluzione del nostro ruolo di “Banca dell’imprenditore”: non solo partner finanziario, ma parte attiva di un sistema più ampio a supporto dello sviluppo del tessuto produttivo italiano». 

Intermonte agisce come Investment Manager, con un processo di selezione che non replica meccanicamente l’indice ma privilegia le società con i fondamentali più solidi, i vantaggi competitivi più difendibili e le migliori prospettive di crescita di ricavi, utili e margini. I ribilanciamenti avvengono in modo graduale, per contenere l’impatto su un segmento strutturalmente meno liquido. «Vogliamo attivare un canale diretto tra il risparmio degli investitori e l’economia reale», spiega Manetti, «offrendo accesso a un universo di società di qualità che il mercato non riusciva a vedere nella sua interezza. Il patrimonio di competenze che Intermonte ha costruito in trent’anni sulle Pmi italiane è esattamente ciò che mettiamo a disposizione in questo progetto».

Pmi2Change guarda però già oltre lo strumento. A partire dall’autunno 2026, Banca Generali e Intermonte, insieme a partner come Borsa Italiana e PwC Italia, porteranno l’iniziativa sul territorio con un roadshow rivolto anche alle migliaia di aziende non ancora quotate che potrebbero percorrere questo cammino. L’orizzonte è ambizioso: riportare il mercato dei capitali al centro dello sviluppo industriale italiano, un’impresa alla volta.