Fonte: Osservatorio delle Dichiarazioni Non Finanziariee delle Pratiche Sostenibili

Se pensate che la dichiarazione non finanziaria, obbligatoria per i cosiddetti “enti di interesse pubblico” come banche, assicurazioni, società quotate e aziende con più di 500 dipendenti, non vi riguardi perché la vostra è “solo” una Pmi, siete davvero fuori strada. E siete altrettanto fuori strada se credete che la Corporate sustainability reporting directive, la direttiva sulla comunicazione societaria sulla sostenibilità approvata il 10 novembre scorso dal Parlamento europeo, vi dia davvero tempo per adeguarvi fino al 2028. Anzi: meglio correre, per due motivi. Primo: «Non si arriva alla dichiarazione non finanziaria senza aver prima implementato un modello di business e un sistema di rendicontazione su una base dati verificabile almeno un anno prima», spiega a Economy l’avvocato Rita Santaniello, partner di Rödl & Partner. Secondo: «Le grandi imprese direttamente obbligate dalla direttiva hanno la responsabilità anche rispetto a quello che fa la filiera. E le piccole, medie e persino micro imprese italiane che fanno parte della catena di fornitura di grandi multinazionali, se non si evolvono rischiano di venirne estromesse».

Le regole del gioco

Rita Santaniello

Ma andiamo con ordine. Il green deal europeo chiama e la direttiva relativa alla comunicazione societaria sulla sostenibilità risponde rafforzando le norme vigenti in materia di comunicazione di informazioni di carattere non finanziario. In termini pratici, le imprese saranno obbligate a divulgare regolarmente informazioni sul loro impatto ambientale, sui diritti umani, sugli standard sociali e sull’etica del lavoro, sulla base di standard comuni e definiti a livello comunitario. Se tutto questo non per mera vanità, ma per consentire a clienti, fornitori, investitori e in generale ai cosiddetti stakeholder di prendere decisioni informate. «L’intento è anche quello di fare in modo che gli standard per la rendicontazione della sostenibilità siano attendibili, omogenei e confrontabili con quelli adottati dagli altri Paesi», sottolinea Santaniello. Le nuove regole si applicheranno già dall’esercizio finanziario  2024 alle grandi aziende multinazionali con più di 500 dipendenti, peraltro già soggette alla direttiva sulla dichiarazione non finanziaria, poi nel 2026 ci sarà l’obbligatorietà della comunicazione (sull’esercizio finanziario 2025) si estenderà alle grandi imprese attualmente non ancora soggette alla direttiva sulla dichiarazione non finanziaria, quelle con più di 250 dipendenti e/o 40 milioni di euro di fatturato e/o 20 milioni di euro di attività totali e, nel 2027 (comunicazione sull’esercizio finanziario 2026) agli enti creditizi piccoli e non complessi, alle imprese di assicurazione captive e alle Pmi quotate in mercati regolamentati (ad eccezione delle microimprese), per le quali sarà possibile una deroga (“opt-out”) durante un periodo transitorio, che le esenterà dall’applicazione della direttiva fino all’esercizio finanziario 2028, quando l’obbligo entrerà in vigore (con comunicazioni nel 2029) anche per le imprese extra-UE con un fatturato superiore a 150 milioni di euro nell’UE. «Questa direttiva negli anni si applicherà a più di 50 mila aziende (attualmente sono 17 mila) e toccherà anche le piccole e medie imprese che fanno parte della filiera di una delle grandi aziende tenute a rendicontare il proprio impatto».

Come? Attraverso, appunto, la dichiarazione non finanziaria, che garantisce uniformità alle modalità di divulgazione delle informazioni sul modello aziendale di gestione e di organizzazione, i rischi ad essi connessi e agli indicatori di performance, sui temi delle politiche implementate in materia ambientale e sociale, della gestione del personale, del rispetto dei diritti umani e della lotta alla corruzione attiva e passiva. «Gli obblighi di certificazione vanno nel senso della verificabilità delle dichiarazioni: la lotta al greenwashing è parte integrante della nuova rivoluzione industriale», rimarca l’avv. Rita Santaniello. «L’obiettivo della pubblicazione dei bilanci è la tutela di chi ha rapporti con l’impresa, l’affidamento dei terzi rispetto alle dichiarazioni, grazie uno standard unico europeo che garantisca la confrontabilità fra imprese e nel tempo, con le conseguenze del caso per chi dichiara il falso, fino ad arrivare alla sospensione dell’attività. Per la prima volta vengono messi sullo stesso piano bilancio e dichiarazione non finanziaria. Cambia completamente il paradigma nel fare impresa: gli elementi che l’imprenditore deve considerare e rendicontare nel proprio business plan non sono solo quelli meramente economici, ma hanno pari dignità anche gli impatti sulla salute, sulle persone, sul pianeta, sulla sostenibilità a lungo termine. E questi calcoli devono entrare nei parametri di bilancio a fine anno». E le piccole imprese farebbero bene a darsi una mossa: «Sotto il profilo della rendicontazione, partono da una situazione più povera dal punto di vista gestionale, con modelli ancora padronali e non manageriali», spiega Santaniello. «La direttiva è la spinta per evolvere, per far compiere alle Pmi quel salto che consentirà loro di competere sui mercati – anche finanziari – internazionali».

Un passo per volta

Monica Mazzucchelli

La direttiva esorta a elaborare i dati sulla base di criteri scientifici e delle linee guida più autorevoli in materia. Ma c’è bisogno di un “aiutino”, perché moltissime imprese non sanno neppure da che parte cominciare. «Lo strumento di supporto per le Pmi è un modello di gestione che consente la concreta integrazione della sostenibilità nell’attività d’impresa, guidando le aziende in un percorso graduale, sistematico e continuo verso lo sviluppo sostenibile, in perfetta coerenza con i nuovi principi di rendicontazione», conferma Monica Mazzucchelli, board member di Sircle, Società Benefit nata per favorire l’affermazione sul mercato di modelli di business sostenibili che coinvolgano trasversalmente tutte le imprese, grazie anche ad un network di partner sul territorio. Per capirci: è Sircle che ha ideato il Modello Easi, il primo schema di governance della sostenibilità riconosciuto da Accredia come sistema di gestione per le imprese ai fini delle certificazione di parte terza da organismi di certificazioni accreditati da Accredia. «Il modello Easi non è altro che l’accompagamento dell’impresa nel suo percorso di sostenibilità. È un modello graduale che tiene conto delle risorse che l’impresa può impiegare in termini di tempo, di personale, partendo sempre dal concetto di governance: se non parte dalla testa dell’impresa, il percorso si ferma. Anche in questo il modello Easi si distingue dai vecchi sistemi di certificazione volontaria – a partire dalla Iso 9000 in giù, ndr – che sono ormai diventati commodities e che agganciano i livelli intermedi dell’impresa: Easi aggancia il board, la prima linea».

Per Monica Mazzucchelli è una questione di equilibrio tra profitto, e dunque sostenibilità aziendale, rispetto dell’ambiente e rispetto delle persone: «La Pmi deve smettere di considerare solo il cliente, ma deve abbracciare il concetto di stakeholder, che oltre al cliente include il territorio, le banche, lo Stato». Non c’è tempo da perdere: «Le Pmi devono prepararsi oggi perché i loro clienti, che sono le imprese medio grandi che sono già direttamente coinvolte dalla direttiva, devono compilare una serie di sistemi per le piattaforme di rating per dimostrare che stanno affrontando questi temi Esg. E gli audit di filiera rischiano di squalificare ed espellere dal mercato le Pmi che si non si accorgono di dever fare questo salto culturale e andare non solo dietro alla logica della soddisfazione del cliente, ma crescere profittevoli nel rispetto delle persone e dell’ambiente in un’ottica di accompagnamento alla crescita della propria filiera. Mentre prima era solo questione di immagine, oggi è una questione di sopravvivenza».

La tecnologia aiuta

Salvatore Mitrano

Le informazioni da rendicontare nella dichiarazione non finanziaria vanno selezionate secondo rilevanza e materialità, ovvero la soglia oltre la quale un tema diventa importante tanto da influenzare decisioni, azioni e performance dell’organizzazione e degli stakeholder. Ma per effettuare l’analisi di materialità occorre prima identificare i temi chiave intorno a cui costruire la rendicontazione e i possibili Kpi, e dunque evidenziare il punto di vista dei portatori di interesse e quello dell’organizzazione, definire la rilevanza dei temi della sostenibilità aziendale, sia ai fini delle decisioni degli stakeholder sia in relazione all’impatto generato dall’organizzazione e individuare i fattori Esg. Mica facile. Meno male che c’è la tecnologia: «”Se non si può misurare qualcosa, non si può migliorarla”, diceva il fisico William Thomson Kelvin. Per questo è importante creare Kpi misurabili e confrontabili», conferma Salvatore Amitrano, Ceo di Tecno, che ha sviluppato una soluzione SustainTech per il monitoraggio dei fattori Esg su piattaforma digitale. «Più uno strumento è facile da utilizzare, più restituisce alle aziende uno score sui fattori Esg che misura a che punto è l’impresa rispetto ai benchmark di settore o al best in class, per comprendere quali miglioramenti implementare nei tre ambiti Esg. Lo strumento che abbiamo sviluppato con Sircle, in particolare, aiutale aziende a prendere consapevolezza del proprio posizionamento per approntare un piano d’azione». I Kpi che vengono monitorati vanno dai consumi energetici alle emissioni per unità di prodotto, dal consumo di acqua alla produzione di rifiuti, «ma conta anche il numero di stakeholder coinvolti in progetti di sostenibilità, l’importo del welfare sul totale della retribuzione, la rappresentazione dei generi tra il personale e nei sistemi di governance, le ore di formazione legata alla sostenibilità, la quantità di di profitto redistribuita rispetto a quella che si genera», aggiunge Amitrano. 

Il tema non è solo quello della sostenibilità, ma anche quello della finanziabilità: «Questi ormai sono i parametri che il sistema finanziario comincia a richiedere alle imprese nelle attività di finanziamento», conferma il Ceo di Tecno, «e diverse banche già oggi adeguano il tasso di interesse dei finanziamenti ai Kpi Esg delle aziende clienti. C’è l’esigenza forte, da parte del sistema finanziario, di avere regole comuni». Più riferimenti informativi si hanno, più agevole diventa comparare i diversi soggetti e avere una serie di parametri da tenere sotto controllo aiuta: «Non parliamo di sostenibilità tout court, ma di sviluppo sostenibile, perché è un percorso di miglioramento. La quinta rivoluzione industriale è culturale: si deve pensare Esg e passare dall’approccio shareholder oriented all’approccio stakeholder oriented. Altrimenti si verrà tagliati fuori dal mercato».