L’avocado è un frutto tropicale che, specialmente nei paesi anglosassoni, gode di favore tra gli appartenenti alla generazione ‘woke’ al punto che il suo consumo frequente è considerato quasi una sorta di dichiarazione d’appartenenza ideologica.

Un nome che deriva da…

Il nome del frutto – tecnicamente una sorta di ‘bacca’ – deriverebbe, tramite lo spagnolo e poi l’inglese, da una parola in nahuatl – la lingua azteca – che significa ‘testicolo’, presumibilmente per la sua somiglianza alla forma e alla rugosità dell’organo maschile umano.

Oltre all’origine infelice del nome – e al fatto che sia effettivamente buono da mangiare – l’avocado per certi versi si adatta male agli ideali del principale pubblico di destinazione. È caro, perlopiù arriva da lontano – spesso in aereo da coltivazioni geograficamente molto distanti – è difficile da conservare e, soprattutto, richiede risorse notevoli per arrivare alla maturazione. Si stima, per esempio, che ogni singolo frutto consumi fino a 320 litri d’acqua nella fase di crescita. L’avocado è tutt’altro che ‘ecologico’.

Difetti d’origine

Questi ‘difetti d’origine’ sono particolarmente marcati per gli estimatori del frutto in Inghilterra, un paese davvero poco tropicale. Ora però una designer di origine iraniana che lavora a Londra, Arina Shokouhi, ha pensato di risolvere il problema con la creazione dell’ ‘Ecovado’, un succedaneo artificiale dell’avocado.

La sua versione è fatta con un impasto di fave e nocciole. La pelle rugosa è di cera e il ‘seme’ è una noce o una castagna. Shokouhi ammette che probabilmente sarebbe stato più semplice lavorare l’impasto con l’olio d‘oliva, ma nemmeno quello viene prodotto in Inghilterra e farlo arrivare dall’Italia avrebbe comportato un ulteriore aumento delle risorse necessarie per la produzione.

 

Da “Nota Design” di James Hansen