La nuova fiammata dei prezzi energetici riporta a Bruxelles un dossier che l’Europa conosce bene: quello degli extraprofitti accumulati dalle compagnie petrolifere nei periodi di crisi. Italia, Germania, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna chiedono ora di affrontare la questione con una risposta comune, attraverso un prelievo europeo sugli utili eccezionali legati allo shock energetico provocato dalla guerra in Iran. L’obiettivo politico è evitare che il costo dell’emergenza ricada esclusivamente su famiglie e imprese, mentre una parte dell’industria energetica beneficia dell’aumento dei prezzi e dei margini. L’iniziativa emerge da una lettera indirizzata alla presidenza irlandese del Consiglio Ue e promossa dal ministro delle Finanze tedesco Lars Klingbeil.
Il fronte dei sei Paesi e la pressione su Bruxelles
La richiesta porta la firma dei responsabili economici di Germania, Italia, Austria, Polonia, Portogallo e Spagna e punta ad aprire una discussione formale su un quadro comunitario per tassare i guadagni straordinari del settore petrolifero. Nella lettera, secondo quanto riportato da Radiocor e dalla stampa tedesca, i ministri sottolineano come la redditività complessiva delle compagnie e i margini sulla raffinazione abbiano registrato incrementi superiori alla stessa crescita del prezzo del greggio. Il punto centrale è costruire una risposta coordinata, superando interventi nazionali frammentati che rischierebbero di produrre effetti diversi all’interno del mercato unico.
Profitti in crescita con lo shock energetico
A rafforzare la pressione politica contribuisce l’andamento dei conti delle grandi società del settore. Secondo una recente analisi di Transport & Environment, otto compagnie petrolifere — tra cui Eni, Shell, BP, TotalEnergies, Repsol, OMV e Orlen — avrebbero realizzato circa 7,5 miliardi di euro di extraprofitti attribuibili alle attività nell’Unione europea nella prima metà del 2026. Si tratta di una stima, non di un dato ufficiale delle istituzioni europee, costruita confrontando gli utili rettificati del 2026 con quelli degli stessi trimestri dell’anno precedente. Per T&E, circa 1,6 miliardi sarebbero riconducibili al primo trimestre e 5,9 miliardi al secondo.
Il precedente del 2022 torna al centro del confronto
Bruxelles dispone già di un precedente importante. Nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina e l’esplosione dei prezzi dell’energia, l’Unione introdusse un contributo temporaneo di solidarietà per le imprese attive nei settori del petrolio, del gas, del carbone e della raffinazione. Il regolamento europeo prevedeva una base imponibile collegata agli utili eccedenti del 20% la media dei profitti tassabili realizzati tra il 2018 e il 2021 e un’aliquota minima del 33% sulla quota considerata straordinaria. La misura era stata concepita come eccezionale e temporanea, destinando il gettito anche al sostegno di famiglie e imprese colpite dall’aumento delle bollette.
Chi deve pagare il costo della crisi
Il nuovo confronto europeo non riguarda quindi soltanto il livello della tassazione, ma la distribuzione del costo economico della crisi. I sei Paesi sostengono che gli interventi adottati finora dai singoli governi non siano sufficienti a stabilizzare in modo duraturo i prezzi dell’energia e chiedono che chi beneficia di profitti eccezionali contribuisca maggiormente alla risposta pubblica. Resta però aperto il nodo della costruzione di una maggioranza europea e della definizione tecnica del prelievo: base imponibile, durata, settori coinvolti e destinazione delle risorse saranno determinanti per evitare distorsioni e contenziosi. La proposta segna comunque il ritorno della fiscalità energetica tra i dossier più delicati dell’agenda economica dell’Unione.
















