porti di Genova e Savona

La differenza tra un campione del mondo e un monopolista non sta nella bravura: spesso sono bravissimi entrambi. Solo che il campione del mondo ogni anno, volenti o nolenti, deve rimettersi in gioco e dimostrare a se stesso – e appunto al mondo – di essere ancora il numero uno. Il monopolista, una volta conquistato il suo primato riesce a difendersi dalle gare: e non ne fa più.

Ma a prescindere dalle similitudini sportive bene, benissimo ha fatto l’Anac – l’Autorità anticorruzione, presieduta da Giuseppe Busia – ha dare l’altolà all’assegnazione senza gara a una cordata guidata dal colosso Webuild della costruzione della nuova megadiga foranea di Genova, un colosso dalle proporzioni record che costerà 1,3 miliardi di euro.

Bene ha fatto per sette ragioni che l’hanno vista discutere in punto di diritto e di fatto con la Stazione appaltante, l’Autorità portuale di Genova, ma anche con un establishment che nel capoluogo ligure, sulla scorta della benemerita e straordinaria reattività delle istituzioni locali nella ricostruzione del ponte Morandi, sembra ritenere che il “modello Genova” – così è stato chiamato – sia ormai così meritorio ed efficiente da potersi porre al di sopra delle regole.

E invece no: alle regole si deroga quando c’è un’emergenza, ma questo manufatto è stato programmato addirittura dal 2010: ed è il primo dei sette rilievi in nome dei quali l’Anac ha detto “no”. Invece il dribblong della regola è stata attuato attraendo la diga nell’ambito delle opere in qualche modo collegabili alla ricostruzione del ponte: ma che c’azzecca?, ci si potrebbe chiedere citando un indimenticato ministro dei Lavori Pubblici, Antonio Di Pietro da Montenero di Bisaccia.

Al di là di queste due macroscopiche incongruenze – non c’era urgenza, e non c’entrava il ponte – l’Anac si addentra in tante questioni più di dettaglio che concorrono però a costruire una presa di posizione molto netta che doverosamente verrà valutata dall’Autorità giudiziaria.

Diciamolo subito: meno male che Webuild c’è! Erano decenni che mancava nello scenario della nostra economia un colosso delle costruzioni a base, tecnologia, know how e proprietà italiana, che avesse le dimensioni e la competenza per competere su scala mondiale, come Webuild peraltro fa risultando spesso vincente. Però appunto: competere. Gareggiare. Pare brutto che proprio in casa arrivi l’aiutino. E comunque Webuild ha dimostrato in giro per il mondo di non averne bisogno.

Sull’iniziativa dell’Anac sono piovute critiche severe e autorevoli: dal sindaco di Genova Marco Bucci, dal governatore ligure Giovanni Toti, dal viceministro dei Trasporti Rixi e dallo stesso ministro Salvini, secondo il quale “è come se pezzi di Stato remassero contro l’interesse nazionale”. Cioè quello di realizzare quanto prima l’opera.

In realtà Salvini sa benissimo che l’interesse nazionale è sia fare le grandi opere sia farle in regime di concorrenza. E sa che se ci sono leggi, regole o procedure che – al fine di garantire concorrenza e correttezza – rallentano eccessivamente i tempi delle opere tocca alla politica cambiarle. Ma finchè le leggi non cambiano, le Autorità indipendenti e la magistratira, al rispettivo livello di competenza, sono lì per intervenire. Quindi, semmai la politica si riapplichi alle regole sugli appalti, pur appena riformate, e le corregga ancora. Intanto, vanno applicate quelle che ci sono.

P.S.: una riflessione che i politici contrariati dalla linea dell’Anac farebbero meglio a tenere in conto è questa. La diga foranea di Genova si prevede costi 1,3 miliardi di euro, s’è detto. Ma se le procedure di assegnazione non saranno adamantine e ineccepibili, le imprese escluse dalla mancata gara – ce ne sono – potrebbero chiedere ed ottenere dalla giustizia amministrativa, visto che le regole prescriverebbero l’effettuazione di una gara che ad oggi non c’è stata, un risarcimento favoloso, sulla base giuridica – abbastanza ovvia, peraltro – secondo cui, in casi del genere, gli affidatari illegittimamente individuati in nome dell’urgenza continuano a lavorare ma gli esclusi… vengono risarciti. Peraltro il Tar della Liguria ha già confermato, nel primo grado che gli compete, che l’affidamento è illegittimo…

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Sergio Luciano, direttore di Economy e di Investire, è nato a Napoli nel 1960. Laureato in lettere, è giornalista professionista dal 1983. Dopo esperienze in Radiocor, Avvenire e Giorno è stato redattore capo dell’economia a La Stampa e a Repubblica ed ha guidato la sezione Finanza & Mercati del Sole 24 Ore. Ha fondato e diretto inoltre il quotidiano on-line ilnuovo.it, ha diretto Telelombardia e, dal 2006 al 2009, l’edizione settimanale di Economy. E' stato direttore relazioni esterne in Fastweb ed Unipol. Insegna al master in comunicazione d’impresa dell’Università Cattolica e collabora al Sussidiario.net.

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