Insicurezza, ansia, paura… tutto ciò che alimenta l’incertezza su ciò che ci circonda e, presumibilmente, ci circonderà, cresce e nasconde ciò che è razionalità sociale. I dati “oggettivi” su condizioni economiche, lavoro, ambiente sono meno negativi di quello che si pensa: non siamo così poveri, l’occupazione guadagna qualche punto, la sostenibilità ambientale ed economica cresce di qualcosa….e tuttavia la società vede aumentare depressione (dati medici alla mano), paura e sfiducia (indagini d’opinione alla mano…).

Tutto questo è il portato del fatto che la caduta di razionalità lascia campo ad atteggiamenti e reazioni essenzialmente psicologiche che vanno nel senso di creare vissuti complessi e scettici sotto l’ombra di un pessimismo ormai calcificato. Ormai la categoria di ”clima sociale“ a designare questa combinazione di fattori…è sistematicamente utilizzata a designare che ciò che si è ..è meno importante di ciò che “si sente”. Anche se misurare ciò che si sente è un paradosso scientifico, si continuano a lanciare indagini su questo “clima“ che sono molto spesso banali convenzioni su ciò che si dice in termini di opinioni dichiarate sulla questioni del futuro e dell’ottimismo…e molto spesso queste banalità e distorsioni vengono utilizzate platealmente per orientare decisioni politiche ed economico/finanziarie.

Ma il clima sociale è ben altro ed è difficilmente rappresentabile con una misura lineare sull’ottimismo. È una combinazione complessa di vissuti psicologici, atteggiamenti e giudizi, fra sentimenti e intenzioni di comportamento, fra la dimensione del profondo individuale e collettivo e i meccanismi di appartenenza sociale, fra la sensazione del bisogno e quella del desiderio.

Irresponsabile semplificare tutto questo, e soprattutto farlo in questo momento storico dove il contesto esterno influisce in modo violento sulla formazione del clima. Un contesto esterno alimentato soprattutto da due paure: quella individuale ( dopo il Covid) della malattia e quella collettiva che è la paura della guerra possibile. Questa centralità del clima sociale come mix incontrollabile di fattori non è recente o congiunturale ma nasce dalla storia (come sempre) recente della complessità sociale, con condizionamenti antropologici e culturali che hanno portato a consapevolezze sociali negative: quella di essere racchiusi in una dimensione generale di rischio (la società del rischio, come diceva Beck) di salute, di lavoro, di sicurezza e di falsificazione informativa. Quest’ultimo aspetto, accentuato anche simbolicamente dalla gestione informativa di ciò che è guerra, si è consolidato nel tempo con la distorsione dell’uso dei social soprattutto fra i giovani. Effetto di sintesi: che nessuno crede più a niente, che la nuvola di incertezza/ falsità in cui ci si sente di vivere, alimenta un clima in espansione, dall’individuale al “comune“, in cui l’oggettività non c’è e contano soprattutto le percezioni. E sono queste che fanno il clima, non certo gli indicatori convenzionali di fiducia. E, in questo quadro, il clima cambia molto meno che nei passati di 15 20 anni fa, quando bastavano due o tre accadimenti per far passare dal + al – l’indice di fiducia. Oggi il complesso clima sociale ha un’indicatore sintetico, anno per anno, dopo il Covid, di andamento in lineare inclinazione, sempre negativo. E questa è l’unica misura plausibile.