Una nuova petizione negli Stati Uniti chiede la revisione dei piani delle aziende tecnologiche a causa dei timori di un impatto negativo sull’ambiente
I data center spaziali proposti da SpaceX, dalla Blue Origin di Jeff Bezos e da altre aziende causerebbero livelli impressionanti di inquinamento che probabilmente altererebbero l’atmosfera terrestre e sarebbero “catastrofici” per il pianeta, avvertono gli esperti del settore spaziale e le associazioni ambientaliste in una nuova petizione che chiede una valutazione del loro impatto. Lo scrive The Guardian.
Le aziende tecnologiche hanno proposto complessivamente milioni di “centri dati orbitali” e stanno portando avanti i propri piani, che richiedono l’approvazione della Commissione Federale delle Comunicazioni (FCC). Tra le altre questioni, l’inquinamento causato dai satelliti e dai razzi che bruciano al momento del rientro sembra accumularsi nella stratosfera a livelli allarmanti. I veicoli spaziali rilasciano fuliggine nera, metalli rari, ossidi di alluminio e altri inquinanti dagli effetti sconosciuti.
Alcuni scienziati temono che l’inquinamento possa distruggere lo strato di ozono, esponendo potenzialmente alcune persone a livelli più elevati di radiazioni ultraviolette, o contribuire a destabilizzare ulteriormente il pianeta durante la crisi climatica. L’inquinamento potrebbe anche ricadere sulla Terra, e milioni di satelliti costituirebbero una fonte importante di inquinamento luminoso.
La petizione presentata alla FCC chiede una sospensione delle nuove licenze per i progetti di data center spaziali, sostenendo che i piani «violano la legge federale».
Le aziende che gestiscono i data center «descrivono i propri piani in termini grandiosi, tali da cambiare il corso della civiltà», afferma la petizione. «Ma questi stessi sostenitori si sono rifiutati di accettare qualsiasi indagine sugli impatti della loro tecnologia, da loro stessi definita epocale, sull’ambiente, sulla scienza, sull’economia o su altri valori».
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Di fronte alla feroce opposizione pubblica proveniente da tutto lo spettro politico nei confronti dei propri data center sulla Terra, lo scorso anno le grandi aziende tecnologiche hanno iniziato a lanciare l’idea di mettere in orbita dei data center satellitari. Alcune hanno già iniziato a richiedere le autorizzazioni.
Il numero di satelliti attivi in orbita è cresciuto in modo esponenziale, passando da circa 1.400 nel 2015 a circa 15.000 attualmente. Si prevede che entro il decennio ne saranno in orbita ben 100.000, senza contare le reti dei data center. Al momento, si ritiene che la maggior parte dell’inquinamento causato dai satelliti provenga da Starlink e dalle “mega costellazioni” di Amazon, che forniscono Internet a banda larga e sono composte da circa 10.000 satelliti.
I veicoli spaziali possono causare problemi sia durante la fase di ascesa che di discesa. I lanci generano una serie di emissioni quali carbonio nero, ossidi di azoto, monossido di carbonio, ossido di alluminio, gas clorurati e, una volta in orbita, mercurio. Quando i satelliti vengono dismessi, da cinque a 15 anni dopo, rilasciano metalli mentre si vaporizzano. Ciò comporta l’immissione di sostanze inquinanti in zone della stratosfera precedentemente incontaminate, un sistema altamente sensibile, e le conseguenze sono ancora poco comprese.
Gli scienziati hanno iniziato a scoprire solo alcuni di questi effetti alla fine del 2023, quando un volo di misurazione stratosferica sponsorizzato dalla NOAA ha rilevato la presenza di metalli negli aerosol di acido solforico che costituiscono gran parte della stratosfera.
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Cole Donovan, ex esperto di politica spaziale della NOAA ora presso l’organizzazione no profit Stand Up for Science, ha osservato che i data center spaziali richiederebbero un’enorme quantità di metalli rari e altre risorse già scarse, creando un’ulteriore sfida ambientale a terra.
La proliferazione dei satelliti solleva una serie di nuove questioni legali e ambientali. La petizione sostiene che il Congresso richieda alla FCC di determinare «se l’interesse pubblico, la convenienza e la necessità saranno soddisfatti dalla concessione» di un’autorizzazione per l’esercizio di un satellite.
I gruppi affermano che il National Environmental Policy Act (NEPA), che impone alle agenzie federali di valutare gli impatti ambientali dei progetti proposti, si applica anche ai satelliti. La Nepa fornirebbe meccanismi per «valutare gli impatti, proporre alternative, esaminare le misure di mitigazione e divulgare i rischi, il che contribuirebbe a stabilire se tali proposte siano nell’interesse pubblico», afferma la petizione.
Tra coloro che richiedono le autorizzazioni figura la Cowboy Space Corporation, fondata dal co-amministratore delegato miliardario di Robinhood, che aspira a «costruire una rete elettrica americana nello spazio». L’azienda intende realizzare un sistema composto da 20.000 satelliti, con il primo lancio previsto nel 2028. La petizione sottolinea che l’unico riferimento alla mitigazione ambientale da parte di Cowboy Space nella sua domanda alla FCC è la promessa che la costellazione «sarà progettata e gestita in modo da ridurre al minimo il potenziale impatto sulla comunità astronomica».
La petizione sottolinea che SpaceX, nella propria domanda alla FCC, sostiene che i suoi data center orbitali «garantiranno il futuro multiplanetario dell’umanità tra le stelle», ma l’unico riferimento al rischio ambientale è l’affermazione secondo cui «svilupperà misure di mitigazione della luminosità all’avanguardia nel settore», senza fornire ulteriori dettagli.
















