L’amministratore delegato di Poste Italiane Matteo Del Fante

La levata di scudi di banche e gestori di carte private è solo per difendere un business facile e privo di merito

Si chiama “PagoPa”, e – diciamolo! – non suona bene, perché ricorda a tutti il momento, mai gradevole anche se sacrosanto, in cui paghiamo imposte, tasse e bollette. Però è un sistema digitale efficiente e capillare, che ha accelerato appunto i pagamenti per tutti i cittadini (e gli incassi della pubblica amministrazione) e che adesso lo Stato ha in animo di conferire a Poste Italiane (nella foto, l’a.d. Matteo Del Fante) prima di procedere al collocamento in Borsa di una nuova tranche del capitale del nostro colosso postale (conservandone il controllo).

Ebbene, contro questa prospettiva si sta rilevando una levata di scudi delle banche e degli operatori della monetica che temono una sostanziale statalizzazione di quei servizi e la conseguente riduzione di una greppia di clientrela “obbligata”: tutti noi che non possiamo scegliere se fare o non fare un determinato pagamento, e poi di farlo con questa o quella carta di credito, ma siamo appunto obbligati a pagare le tasse e anziché farlo allo sportello dell’Agenzia delle Entrate, evitando di lasciare oboli parassitai a qualche banca o gestore di carte, lo faremo attraverso PapgoPa, che sarà controllata non direttamente dallo Stato ma dal Gruppo Poste. E vivaddio.

Creare business fasulli, intestandoli alla liberalizzazione dei servizi e facendone nei fatti un favore ai privati è veramente da fessi. Lo Stato l’ha già fatto mille volte, nella stagione per tanti versi nociva delle privatizzazioni. Ora forse quel tempo è finito, e sul terreno – oltre ad alcuni cadaveri (purtroppo anche in senso proprio) – ha anche permesso sviluppo ad alcuni gruppi forti come Poste. Da cittadini, dobbiamo esserne contenti e appoggiare qualche ulteriore rafforzamento.

NON CI PIACE: I nuovi tagli all’indotto dell’auto italiana

Il governo appoggi l’allarme dei sindacati sull’abbandono delle produzioni di Mirafiori

Una specie di bradisismo, palese nei fatti anche se dissimulato da mille chiacchiere alle quali, purtroppo, i governi si sono prestati da tempo. A passo di lumaca (e meno male!) il gruppo Stellantis (nella foto, l’a.d. Tavares) sta ridimensionando la produzione in Italia. Non c’è un “complotto” contro di noi: semplicemente, un settore in crisi come l’automotive va a produrre dove conviene di più, il che non accade né in Italia né in Francia. Ma dovendo scegliere quale “sostenere” più a lungo tra un impianto italiano e uno francese, visto che il potere vero – al di là delle millanterie dei servi di Elkann – risiede in Francia, si dà più spazio alle produzioni francesi.

Da qui il ridimensionamento della fabbrica storica di Mirafiori. E l’inevitabile conseguenza, che cioè quella frenata non si ripercuote solo contro gli addetti diretti dell’impianto ma anche contro le aziende dell’indotto. Un esempio recente: il gruppo Proma, che ha deciso di dismettere lo stabilimento di Grugliasco, dove occupa 110 lavoratori che saranno trasferiti, per ora, in un altro impianto del gruppo, meritevole di non tagliarli…

La Fiom commenta: “Un altro pezzo industriale che chiude definitivamente. Questo rende ancora più forte l’esigenza di sostenere le richieste dei sindacati metalmeccanici di avere un progetto per Mirafiori con nuove produzioni che diano nuove prospettive all’indotto, che sempre di più è in sofferenza, e per la città di Torino in generale che perde ricchezza a causa dell’abbandono del suo settore industriale più grande”. Il governo, se c’è, batta un colpo.