Enerbrain

“L’Italia ha una produzione prevalentemente da fonti fossili che, tra l’altro, importiamo: è lo scenario peggiore. La crisi che rischia di innestarsi per l’aumento dei costi dell’energia ne è una inevitabile conseguenza, ma è tutto il sistema che va rivisto”. Giuseppe Giordano, laurea in architettura e cinque anni di gavetta come product manager in start up e progetti immobiliari, oggi CEO di Enerbrain, l’azienda torinese specializzata nelle soluzioni di efficienza energetica e smart building, non ha dubbi. Il richiamo del ministro alla Transizione Ecologica Roberto Cingolani, che ha messo in guardia sui costi del caro-bollette, equiparandoli all’intero Pnrr, va preso estremamente sul serio, cambiando però prospettiva e ordine dei fattori.

“Abbiamo un buco energetico – continua Giordano – perché il patrimonio immobiliare italiano è vecchio e quindi poco efficiente sul piano del consumo di energia e, conseguentemente, finora l’attenzione è stata soprattutto rivolta a migliorare l’isolamento termico degli edifici attraverso gli interventi di cappotto esterni, agevolati con il Superbonus. E va benissimo, ma è solo una parte di quello che servirebbe fare…”

Che sarebbe?

Mi lasci spiegare: un processo efficace di transizione ecologica si fonda su tre pilastri. Il primo è la decarbonizzazione con il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili o, in altri termini, da un’economia ad alto a una a basso tasso di carbonio. E’ quello che in passato si è cercato di incentivare con il Conto energia che ha portato a volumi massicci di investimenti nella filiera del fotovoltaico. Ma l’Italia è un paese che si muove spesso a ruota del regolatore, per cui in quel caso il settore delle rinnovabili è morto dalla sera alla mattina nel momento in cui sono stati interrotti gli incentivi. Il secondo pilastro è quello che stiamo affrontando in questi ultimi anni: l’elettrificazione di tutte le attività economiche e gli strumenti di uso quotidiano, dalle cucine, al parco auto privato e pubblico, alle fonti di riscaldamento. Ma poi c’è il terzo pilastro, che oggi forse è il più importante: l’efficientamento energetico attraverso la digitalizzazione.

E qui entrate in scena voi…

Diciamo che qui entrano in gioco le competenze più avanzate e innovative, nelle quali l’Italia, che non teme confronti nel mondo e può giocare un ruolo di primissimo piano.

E in cosa consiste?

La digitalizzazione è anche la porta di accesso ai big data e caratterizza la quarta rivoluzione industriale: grazie all’IoT e intelligenza artificiale quantità enormi di dati abilitano all’uso di energia intelligente. Si tratta di passare da modelli centralizzati con rete distribuite deboli a un centro debole distribuito su reti intelligenti, introducendo maggiore flessibilità. Attraverso i sensori IoT monitoriamo la qualità dell’aria, i consumi in tempo reali, convogliando i dati su sistemi Cloud. In questo modo possiamo fare in anticipo, grazie a algoritmi previsionali, un bilanciamento del carico di rete, ovviando alle fasi stress per molta domanda o di calo improvviso dovuto alla funzionalità intermittente della ricarica fotovoltaica. Il risultato è che non solo ottimizziamo i consumi, ma offriamo anche un maggior comfort interno, con la possibilità di una temperatura stabile, , ad esempio sui 20-21 gradi, che con i sistemi di riscaldamento tradizionale sarebbe impensabile.

La fornitura di energia dagli impianti fotovoltaici è intermittente: in che modo viene garantita la continuità di flusso?

Nei momenti di eccedenza l’energia viene stoccata in batterie che servono a bilanciare ile fasi di minor portata. Ma le possibilità di attingere energia in un sistema digitale sono tantissime: ad esempio dalle batterie delle auto. Servono però avanzati modelli previsionali che definiscano la quantità di energia occorrente giorno per giorno: si può immaginare la differenza di fabbisogno in un centro commerciale nei giorni della settimana rispetto al sabato o la domenica. Insomma, è su queste tecnologie che bisogna investire di più ed è per questo che auspichiamo che il Governo vari ulteriori incentivi per l’adozione di questi sistemi. Anche perché un sistema di monitoraggio digitale porta a minori consumi per 20-30%, più o meno quello che si ottiene con il rivestimento termico degli edifici, ma con minori costi e tempi di realizzazione.

Che competenze servono?

L’Italia ha una tradizione universitaria di eccellenza nelle discipline ingegneristiche alla base della digitalizzazione. Noi stessi abbiamo quasi solo mano d’opera qualificata: 60 persone tra ingegneri elettronici, informatici, esperti di marketing e economia, quando abbiamo iniziato nel 2015 eravamo in quattro.

Sono soluzioni implementabili anche in ambito industriale?

Abbiamo installato sistemi di controllo digitale in circa 450 edifici, tra cui alcuni grandi impianti industriali, come quello di Michelin nello stabilimento di Alessandria, dove vengono prodotti pneumatici per autocarri poi distribuiti in tutto il mondo. Quest’ultimo è un fiore all’occhiello che produce un risparmio del 40% sui costi di climatizzazione insieme a una analoga riduzione di emissioni CO2, 1000 tonnellate in meno secondo i nostri calcoli. Un altro importante progetto è quello avviato con il Comune di Torino che riguarda fino ad oggi 90 edifici, tra scuole, palestre, uffici con una riduzione di 1.400 tonnellate di CO2, 100.000 alberi equivalenti salvati. E’ una case history di riferimento anche all’estero: AI4Cities, un programma europeo che coinvolge città come Parigi, Copenhagen, Oslo, punta a replicare questa best practice. E noi, dai 400 iniziali, siamo nella short list dei 10 migliori progetti.

 

Di Antonio Buozzi