La differenza fra il rendimento a 10 anni dei titoli di stato italiani e quelli tedeschi ha raggiunto una quota che non si vedeva dall’estate del 2020. A più di 10 giorni dal fatidico risultato elettorale al Quirinale, ci si chiede se l’elezione di Mattarella non sia servita a tranquillizzare i mercati. Ebbene, a quel che sembra purtroppo no: ad ora, molti fattori stanno giocando un ruolo cruciale e nei mercati azionari regna la volatilità.

Lo stop al Pepp, l’inflazione e la mancata ascesa di Draghi al Colle

Quando Mario Draghi è diventato Presidente del Consiglio, lo spread è sceso a livelli record, circa allo 0.5%. Quello sì che era un chiaro segnale di apprezzamento. Oggi, i motivi alla base dell’aumento del fattore di rischio dei Btp sono molteplici. L’analista Sophia Oertmann della DZ Bank, nel suo articolo per il Borsenzeitung, aveva già previsto che lo spread italiano avrebbe subito forti scosse nel 2022 e a questo proposito citava tre cause: la fine del programma PEPP della BCE, la galoppante “ondata” inflazionistica e l’insuccesso della candidatura di Mario Draghi alla Presidenza della Repubblica.

Mercati, tensione dovuta alle dichiarazioni di FED e BCE

L’Italia non è l’unico paese europeo il cui spread è aumentato. Francia, Spagna, Grecia e anche Germania hanno visto i loro titoli salire a causa dell’inflazione. Proprio ieri, Christos Staikouras, ministro delle Finanze greco, ha addirittura rassicurato i mercati sul fatto che la Grecia si impegnerà a pagare i debiti con il Fondo Monetario Internazionale entro il 2024. Questo statement sarebbe appunto dovuto servire da segnale ai mercati, con il fine di attutire lo stress sui rendimenti. Il tentativo, purtroppo, non è andato a buon fine. Dell’accaduto ne scrive l’Handeslblatt, precisando appunto quanto la fine dei programmi di sostegno finanziario della BCE possa pesare sul debito greco.

Addio sogni di gloria, l’Italia torni coi piedi per terra

Ieri sull’FAZ (Frankfurter Allgemeine Zeitung) è stato pubblicato un articolo sull’aumento dello spread in Italia, intitolato “Zerbrechende Träume”, cioè “i sogni che si infrangono”. Secondo la tesi di Gerald Braunberger, l’aumento dello spread dovrebbe farci ritornare con i piedi per terra. L’inasprimento della politica monetaria della BCE, dovuto all’elevata inflazione, rappresenterebbe un grande problema per il nostro Paese, che si ritroverà “finalmente” costretto a dover rendere i propri titoli più attraenti per gli investitori privati appena il PEPP sarà concluso. Questo per noi significherebbe essere costretti a dover nuovamente orientare le nostre politiche su una linea di austerità indifferente alle reali necessità del nostro Paese. Herr Braunberger non è l’unico a vederla così.

Il dibattito sull’inflazione si fa sempre più acceso

In Germania, l’operato della BCE sta spaccando l’opinione pubblica. Per esempio, il fatto che Christine Lagarde non abbia ancora fatto dichiarazioni esplicite ha innervosito molti esperti tedeschi, i quali si aspettavano una reazione à la Fed. Fra i più preoccupati echeggiano Hans-Werner Sinn, Presidente dell’Ifo Institut di Monaco, o Joachim Nagel, nuovo Presidente della Bundesbank, il quale, nel suo discorso di insediamento, ha criticato l’operato della BCE e ha ribadito la necessità di agire in tempi giusti sull’inflazione. Loro biasimano la politica monetaria troppo espansiva della BCE e inoltre tifano per un severo aumento dei tassi d’interesse, proprio come i paesi frugali. D’altronde, come ricorda Henrik Müller sullo Spiegel, la Germania vanta un rapporto debito/PIL che si aggira intorno al 70%, ed è perciò nel suo interesse, come in quello di Paesi Bassi e Lussemburgo, aumentare in tassi in vista di un’inflazione che potrebbe durare più del previsto.

Per i progressisti la BCE deve preversare tutti in Europa

Ad essere avversa alle insistenze ordoliberali tedesche è Isabel Schnabel, docente presso l’università di Bonn e membro del comitato esecutivo della BCE. Nella sua intervista con il “Süddeutsche Zeitung” afferma infatti che “non è la BCE a doversi occupare del costo del gas.” Come appunto sostenuto da economisti più progressisti, anche una politica monetaria fra le più avanzate non sarebbe risolutiva, dato che le cause dell’ondata inflazionistica sono di natura geopolitica e non monetaria. E alla domanda se l’eventuale riluttanza della BCE nel deliberare fosse una tattica per favorire i paesi con debiti molto elevati, Schnabel risponde concisa, affermando che la BCE non si occupa delle questioni nazionali, bensì lavora per preservare la stabilità fiscale in tutto l’Euroraum (spazio europeo). Sarà questo un plauso al “Whatever it takes” di dieci anni fa?

Niente panico, far affondare l’Italia sarebbe controproducente

In ambito politico, se pur molti economisti plaudano per un aumento dei tassi di interesse, i Grünen e la SPD sono favorevoli ad una più fitta unione fra i paesi europei e sono consapevoli del fatto che un approccio fiscale troppo severo sarebbe controproducente. Inoltre, contro l’attaccamento alla “Preisstabilität” di Christian Lindner, leader della FDP, si scontra la necessità di fare debito per avviare la transizione ecologica voluta dai Grünen. Ed è per questo che un confronto a livello europeo sul patto di stabilità diventa quasi d’obbligo. Se con Merkel parlare di Fiskalpolitik era un tabù, oggi possiamo considerare l’Unione Europea e la BCE leggermente più flessibili e riguardevoli nei confronti degli stati che non soddisfano i requisiti di Maastricht. Niente panico.