Per cambiare bisogna prima sburocratizzare

Nel divertentissimo “The Terminal”, il protagonista Tom Hanks rimane bloccato nella zona transiti dell’aeroporto di New York perchè il Paese immaginario da cui proviene, mentre lui era in volo, ha avuto un colpo di Stato e revocato validità ai passaporti. Cosa capita, negli Stati Uniti, al passeggero senza documenti? Che resta bloccato nel terminal. Cos’è capitato invece agli immigrati tunisini che il Viminale voleva reimpatriare quando il loro aereo, per un’avaria, è rimasto bloccato in pista? Che sono stati autorizzati ad andarsene per i fatti loro, con in tasca un ridicolo foglio di via, buono solo per farli appallottolare e buttar via. 

Perchè un simile controsenso? Semplice: perchè la burocrazia, le migliaia di leggi inutili, vecchie o sbagliate e la malagiustizia rende inefficiente tutta la macchina dello Stato. è qui che si dovrebbe giocare la vera sfida del “cambiamento” di cui parla il governo, ma non accadrà, perchè riformare lo Stato significa farsi subito molti nemici ed ottenere i risultati che sarebbero invece apprezzati dai cittadini elettori dopo molto tempo, troppo per la frettolosità delle azioni di governo non solo italiane nell’era della Rete. Ma è la burocrazia che soffoca il Paese. Lo frena quanto il debito pubblico. Sono le leggi inapplicabili. è la magistratura autoreferenziale e improduttiva. L’edilizia è bloccata ai livelli della crisi più nera perché nessuno firma più un’autorizzazione. Il codice degli appalti è una pena. La pubblica amministrazione impazzisce tra centinaia di centri elettronici diversi, che non si parlano. Le banche dati abbondano ma non vengono consultate. Il capo dell’agenda digitale, Diego Piacentini, lascia Palazzo Chigi avendo, in parte, messo a punto il sistema per farci pagare più comodamente le tasse, mentre nessuno ha più trovato il sistema per farle rimborsare dallo Stato, insieme agli altri debiti che ha verso i cittadini. Qualche invettiva contro tutto questo si rintraccia, dalle parti del contratto di governo, ma il mal di pancia di mettere le mani nella ruggine della macchina statale non se lo faranno venire né i Cinquestelle, che ci capiscono particolarmente poco, né la Lega, che anzi negli enti locali ha molti cerberi che non intende disturbare limandogli le unghie, neanche quando se le meriterebbero.

Leggi sbagliate, giustizia inefficace e uffici impastoiati frenano la ripresa quanto il debito

Un programma di governo affidabile dovrebbe avere al punto 1 la sburocratizzazione, invece nel famoso “Contratto” laparola burocrazia ricorre una sola volta, a pagina 19 delle 57 e quando si parla di “semplificazione” ci si riferisce al fisco, che la richiede, ma per sostenere l’obiettivo – o il miraggio –  della flat-tax, che porta voti. Al momento in cui questo numero di Economy viene chiuso impazza la riffa sulle misure della Legge di bilancio che andrà presentata entro metà ottobre. Un appuntamento cruciale per la stabilità del Paese. Ma nessuna norma, per quanto coraggiosa – e ce ne vuole, di coraggio, per cambiare davvero le cose in un contesto europeo vincolante e ormai ostile – non funziona se non accompagnata da una radicale sburocratizzazione. Ma sburocratizzare significa, in ultima analisi, togliere spazio alle lobby e ridare primato alla meritocrazia. Le prime, invece, piacciono e contano. La seconda è una parolaccia.

La pubblicità buonista di chi predica bene e chissà come Razzola

In questi tempi grami, la pubblicità è sempre benvenuta, sui media. Ma esiste un genere “peloso” di cui si farebbe volentieri a meno. Ne fu pioniere, all’inizio anche brillante, Benetton: usò fotografie di grande impatto emotivo, a tema sociale e soprattutto sessuale – aids, contraccezione eccetera – per associare ai propri pullover l’idea di una mentalità aperta, progressista, solidale. Più di recente, ma prima del ponte, alle incipienti intemerate di Salvini sui migranti, sempre Benetton è tornato a comunicare la sua “correttezza politica, associando il proprio marchio alla foto di un gommone carico di migranti. Come se i “colors” del claim aziendale siano anche quelli delle tante possibili sfumature della nostra pelle. Dopo la recente strage dei braccianti in Puglia, Eataly – la catena di Oscar Farinetti – ha tenuto a far sapere che vende solo pomodori coltivati in aziende corrette; e intanto il gruppo Moby, da un paio d’anni, reclamizza di essere l‘unico armatore ad assumere solo marittimi italiani, come se quelli extracomunitari fossero cattivi, per dire che diversamente dagli odiati colleghi lui non speculerebbe sugli sgravi fiscali allo shipping: peccato che intasca 90 milioni l’anno di contributi per la Tirrenia e perde 10 milioni al mese.

Intendiamoci: un imprenditore può pagarsi la pubblicità che vuole, purchè lecita. Ma è certo che un po’ di “timor di Dio” e anche di semplice buon gusto in più suggerirebbe di non strumentalizzare i problemi sociali per vendere golfini, o formaggi o biglietti marittimi. Perché poi a ostentare moralità immacolata si rischia il boomerang più devastante. Genova docet.

(s.l.)