Il divario di genere non si esaurisce nel confronto tra stipendi: si trascina fino alla pensione, consolidandosi proprio quando il lavoro dovrebbe lasciare spazio a una maggiore stabilità economica. È la fotografia scattata dal terzo Rendiconto di genere del Consiglio di Indirizzo e Vigilanza (Civ) dell’Inps, presentato oggi a Roma, che mette nero su bianco una distanza ancora ampia tra assegni femminili e maschili. Una distanza che non nasce “in pensione”, ma è la somma di carriere spesso più fragili, discontinue e meno pagate.

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Vecchiaia: la forbice più ampia, -44,2% per le donne

Il dato più netto riguarda le pensioni di vecchiaia: per le donne l’importo medio risulta inferiore del 44,2% rispetto a quello degli uomini. È un divario che pesa come una sentenza, perché colpisce proprio la prestazione più diffusa e “ordinaria” del sistema. Secondo il Civ, questa differenza è il riflesso diretto delle condizioni di svantaggio che molte donne sperimentano nel mercato del lavoro: meno continuità contributiva, retribuzioni mediamente più basse, maggiore probabilità di interrompere o ridurre l’attività lavorativa nel corso della vita. Il risultato è che, al momento del pensionamento, la distanza non solo resta, ma si amplifica.

Più pensionate, ma assegni mediamente inferiori anche su anzianità e invalidità

Il quadro è ancora più indicativo se si guarda ai numeri complessivi: le donne sono più numerose tra i beneficiari di pensioni, circa 7,99 milioni di pensionate contro 7,37 milioni di pensionati. Nonostante ciò, gli importi medi continuano a penalizzarle. Nel lavoro dipendente privato, le pensioni di anzianità/anticipate percepite dalle donne sono inferiori del 25,1% rispetto a quelle degli uomini; per le pensioni di invalidità il divario sale al 31,5%. In altre parole: anche quando la prestazione non è legata esclusivamente alla vecchiaia, la distanza economica resta significativa, segnalando una disparità che attraversa più tipologie di tutela previdenziale.

Carriere discontinue e requisiti contributivi

Il Rendiconto sottolinea poi un elemento strutturale: le donne prevalgono nelle prestazioni di vecchiaia e nelle pensioni ai superstiti, ma risultano molto meno presenti nelle pensioni di anzianità/anticipate. Solo il 34,2% di queste prestazioni è infatti erogato a donne, contro il 65,8% agli uomini. Il dato, per il Civ, evidenzia la difficoltà femminile nel raggiungere requisiti contributivi elevati, spesso incompatibili con percorsi lavorativi segnati da discontinuità. In sostanza, quando il sistema premia la continuità e la “piena” carriera contributiva, la penalizzazione ricade più facilmente su chi ha avuto stop, pause o riduzioni di lavoro: dinamiche che, ancora oggi, colpiscono in modo più frequente le donne. E così il divario previdenziale diventa il punto d’arrivo di una disparità lunga una vita.