Nel dibattito sulle pensioni, il conto delle diverse forme di uscita anticipata introdotte negli ultimi anni comincia ad assumere dimensioni rilevanti. Tra il 2019 e il 2025, secondo i dati della Ragioneria dello Stato, le misure di flessibilità pensionistica – da Quota 100 alle successive Quota 102 e Quota 103, fino a Opzione donna e al blocco di alcuni adeguamenti legati alla speranza di vita – avrebbero comportato una maggiore spesa complessiva per circa 41,3 miliardi di euro. Un importo che riporta al centro il tema del costo strutturale delle deroghe rispetto ai requisiti ordinari.
Quota 100 resta il capitolo più pesante
La misura introdotta nel 2019 consentiva l’uscita con almeno 62 anni di età e 38 di contributi, anticipando rispetto ai requisiti ordinari. Nei tre anni di operatività ha interessato una platea molto ampia: solo nel 2021, secondo l’Inps, le domande accolte erano oltre 112 mila. Con il superamento di Quota 100 e il passaggio a formule più restrittive, il numero dei pensionamenti anticipati si è progressivamente ridotto.
Da Quota 102 a Quota 103, la stretta sulla flessibilità
Dal 2022 il sistema è diventato più selettivo: prima Quota 102, poi Quota 103, che richiede 62 anni di età e 41 di contributi. Dal 2024, inoltre, per chi sceglie Quota 103 è stato introdotto il calcolo contributivo dell’assegno, riducendo l’attrattività della misura. Nel 2025 le domande accolte sono state appena 4.868, contro le oltre centomila registrate nell’ultimo anno di Quota 100.
Opzione donna e speranza di vita nel conto complessivo
Nel calcolo rientrano anche Opzione donna, progressivamente ristretta negli ultimi anni, e gli interventi che hanno rallentato o sterilizzato alcuni adeguamenti automatici dei requisiti pensionistici alla speranza di vita. Le prestazioni liquidate con Opzione donna sono scese da 26.427 nel 2022 a 3.860 nel 2025, mentre sul fronte dell’età pensionabile il sistema continua a essere legato agli aggiornamenti demografici previsti dalla normativa.
Il nodo resta la sostenibilità della spesa
Il dato dei 41,3 miliardi mette in evidenza il costo cumulato delle misure che hanno consentito uscite più flessibili rispetto alla disciplina ordinaria. Nel frattempo, la spesa pensionistica complessiva italiana ha raggiunto 325 miliardi di euro nel 2025, in crescita dell’1,4% sull’anno precedente. In un sistema segnato dall’invecchiamento demografico, il tema resta quindi quello dell’equilibrio tra flessibilità in uscita, adeguatezza degli assegni e sostenibilità dei conti pubblici.
















