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La previdenza torna al centro della partita sulla Legge di Bilancio 2027. Con l’avvicinarsi dell’autunno, il governo dovrà trasformare le priorità politiche in misure compatibili con risorse che restano limitate, e il capitolo pensioni è destinato a essere uno dei più complessi. Sul tavolo si intrecciano il possibile stop all’aumento dell’età pensionabile, una nuova uscita a 64 anni e il futuro previdenziale delle generazioni più giovani. Ma ogni intervento dovrà superare il banco di prova delle coperture, mentre la demografia rende sempre più delicato l’equilibrio tra chi versa contributi e chi riceve un assegno.

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Dal 2027 l’età sale

Senza un nuovo intervento legislativo, dal primo gennaio 2027 la pensione di vecchiaia passerà a 67 anni e un mese, per poi arrivare a 67 anni e tre mesi nel 2028. L’INPS ha già recepito l’adeguamento legato alla speranza di vita: per l’anticipata ordinaria serviranno nel 2027 42 anni e 11 mesi di contributi agli uomini e 41 anni e 11 mesi alle donne. La Lega spinge per sterilizzare lo scatto, ma il nodo è finanziario: secondo le stime circolate nel confronto sulla Manovra e riportate dall’ANSA, evitare anche il solo mese aggiuntivo previsto nel 2027 richiederebbe circa 1,1 miliardi. Una cifra che dovrà competere con tagli fiscali, sanità e sostegni ai redditi.

Pensione a 64 anni

L’alternativa allo stop generalizzato dello scalino potrebbe essere una maggiore flessibilità in uscita. La proposta sostenuta dalla Lega punta ad aprire la pensione a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, cioè con contributi versati prima del 1996, prevedendo almeno 25 anni di anzianità e il ricalcolo dell’intero assegno con il metodo contributivo. Resterebbe una soglia economica minima, indicata in tre volte l’assegno sociale, pari nel 2026 a 1.638,72 euro lordi al mese. Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza CGIL stimano, nei profili esaminati, una riduzione del 10,6% dell’assegno, tra circa 183 e 366 euro lordi mensili. Per chi non raggiungesse la soglia potrebbe entrare in gioco una parte del Tfr trasformata in rendita. La proposta, però, non è ancora una norma.

Tre milioni di lavoratori verso l’uscita entro il 2029

Il problema non riguarda soltanto quando andare in pensione, ma anche chi resterà a lavorare. Secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, entro il 2029 oltre 3 milioni di addetti usciranno dal mercato del lavoro, in larga parte per raggiunti limiti di età: poco più di 1,6 milioni sono dipendenti privati, 768.200 lavorano nella Pubblica amministrazione e 665.500 sono autonomi. Nello stesso tempo, negli ultimi dieci anni i giovani tra 15 e 34 anni sono diminuiti di quasi 550 mila unità. La questione previdenziale si lega così direttamente alla crisi demografica e alla capacità delle imprese di sostituire i baby boomer. La CGIA, richiamando le proiezioni di Istat e MEF, indica inoltre una spesa previdenziale oggi attorno al 15,4% del Pil, con un possibile picco vicino al 17% intorno al 2040 prima di una successiva discesa.

Quota 41 perde terreno

In questo quadro sembrano ridursi gli spazi per Quota 41, la pensione con 41 anni di contributi indipendentemente dall’età, storica richiesta leghista ma molto onerosa per i conti pubblici. Parallelamente il governo guarda all’altro estremo della vita previdenziale: il ministero del Lavoro sta studiando un fondo alla nascita, aperto per ogni neonato con un primo versamento pubblico e successivi contributi volontari della famiglia e, in futuro, dello stesso beneficiario. È un progetto ancora da definire nelle coperture e nella governance, ma fotografa il cambio di prospettiva: non soltanto gestire le uscite di oggi, ma costruire strumenti capaci di integrare le pensioni di domani. La vera selezione arriverà nelle prossime settimane, quando il quadro di finanza pubblica dovrà trasformare le proposte dei partiti in misure effettivamente finanziabili.