concordato preventivo biennale

Su 16,3 milioni di persone che ogni mese ricevono un assegno pensionistico, oltre 7,2 milioni sono sostenute in misura totale o parziale dalla fiscalità generale. Tradotto: quasi un pensionato su due percepisce più di quanto abbia effettivamente versato nel corso della propria vita lavorativa, o addirittura nulla.

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Il dato emerge dall’incrocio tra le statistiche dell’Istat e della Ragioneria generale dello Stato, quelle stesse cifre che finiscono sui tavoli di Bruxelles per valutare la sostenibilità dei conti pubblici italiani. Ed è proprio da lì che nasce il paradosso: l’Italia appare come uno dei Paesi con la spesa pensionistica più elevata d’Europa, pari al 16,61% del Pil contro una media Ue del 12,8%. Ma dentro questo aggregato si nasconde una componente crescente di assistenza pura, che poco ha a che fare con i contributi versati.

L’assegno sociale e il ritorno dello Stato “a fine corsa”

Un esempio emblematico è quello dell’assegno sociale, erede delle vecchie pensioni sociali ridenominate con la riforma Dini. Negli ultimi tre anni circa 270 mila italiani, raggiunti i 67 anni, ne hanno fatto richiesta. Fin qui nulla di anomalo, se non fosse che molti di questi richiedenti risultavano di fatto sconosciuti sia all’Inps sia al fisco.

Un’anomalia tutta italiana. In altri Paesi europei, come la Germania, l’assenza prolungata di dichiarazioni fiscali attiverebbe controlli automatici ben prima dell’età pensionabile. In Italia, invece, il sistema interviene a posteriori: chi non ha contribuito entra comunque nel perimetro del welfare, ricevendo una prestazione finanziata interamente dalla collettività.

Nel 2026 l’assegno sociale vale 546,22 euro al mese, ma questa è solo la base. Attraverso una stratificazione di maggiorazioni e integrazioni, l’importo può salire fino a 768,30 euro mensili per tredici mensilità.

Integrazioni, bonus e trasferimenti: la pensione che cresce

Accanto agli assegni sociali, pesa il capitolo delle pensioni integrate al minimo. Si tratta di prestazioni destinate a chi, pur avendo versato contributi, non raggiunge la soglia minima: 611,84 euro al mese nel 2026, che salgono a 619,79 euro per gli over 75.

Su quasi 9,9 milioni di pensioni previdenziali (tra vecchiaia, invalidità e superstiti), quasi tre milioni beneficiano di integrazioni o maggiorazioni. Il dato è significativo se si considera che, teoricamente, per una pensione di vecchiaia servono almeno 20 anni di contributi. Nella pratica, tra contributi figurativi e carriere discontinue, molti assegni si basano su appena 14 o 15 anni di versamenti effettivi.

Il risultato è evidente: la pensione calcolata sui contributi reali si aggira mediamente tra i 300 e i 350 euro mensili, ma lo Stato interviene raddoppiando di fatto l’importo.

E non finisce qui. Alla pensione si sommano una serie di trasferimenti: la quattordicesima (circa 655 euro l’anno), la social card o carta “dedicata a te” (480 euro annui), bonus bollette, agevolazioni sull’affitto fino a 3.500 euro l’anno e altre misure minori. Tutti strumenti esentasse. Il risultato finale è un reddito annuo che può oscillare tra gli 11 mila e i 15 mila euro anche per chi ha versato poco o nulla.

L’Isee e il welfare che si allarga

Il cuore del sistema assistenziale è l’Isee, diventato negli anni la chiave di accesso a gran parte delle prestazioni sociali. Nel 2024 sono state presentate 10,371 milioni di dichiarazioni sostitutive uniche, relative a oltre 10 milioni di nuclei familiari, con una media di 2,9 componenti ciascuno. In termini assoluti, circa 30 milioni di italiani hanno chiesto qualche forma di sostegno pubblico. Nel 2025 la platea potrebbe superare i 32 milioni, pari al 55% della popolazione.

Un dato che fotografa un welfare ormai di massa, ben lontano dalla sua concezione originaria, pensata per coprire una fascia limitata – tra il 6% e l’8% – di cittadini in condizioni di grave difficoltà.

Il rovescio della medaglia è nella distribuzione del carico fiscale. Nell’ultima dichiarazione dei redditi, quasi il 50% dei contribuenti ha dichiarato meno di 20 mila euro l’anno, contribuendo per appena il 5,64% all’Irpef complessiva. A sostenere la maggior parte della spesa pubblica è invece una minoranza: circa il 25% dei contribuenti finanzia gran parte delle imposte dirette.

Solo per la sanità pubblica – che nel 2023 ha raggiunto i 131,119 miliardi di euro, pari a 2.222 euro pro capite – questo segmento di popolazione sostiene un costo annuo di oltre 56 miliardi.

Un sistema sotto stress

Nel grande calderone della spesa pensionistica rientrano anche le prestazioni di invalidità civile, spesso accompagnate dall’indennità di accompagnamento, e perfino le pensioni di guerra, che contano ancora circa 95 mila beneficiari. Tutti elementi che contribuiscono ad ampliare la componente assistenziale del sistema.

Il punto critico è proprio questo: la sovrapposizione tra previdenza e assistenza. Quando oltre metà della popolazione accede a strumenti pensati per una minoranza fragile, il sistema perde equilibrio.

La domanda finale: chi sostiene il sistema?

La risposta, numeri alla mano, è una minoranza di contribuenti e lavoratori regolari. Un equilibrio fragile, che rischia di incrinarsi ulteriormente in un Paese già in difficoltà su occupazione, produttività ed evasione fiscale.