L'ex ministra Elsa Fornero commossa durante la conferenza stampa del 2011

Quest’anno il countdown di Capodanno segnerà il ritorno dell’ “incubo Fornero”. Il 31 dicembre 2022 scade la Quota 102, la misura ponte verso la riforma varata e difesa con forza dall’ex Ministra Elsa Fornero, quella dei “sacrifici” del governo Monti, periodo in cui l’Italia rischiò la bancarotta, mentre qualcuno degli attuali candidati diceva che i ristoranti erano pieni.

Nel mezzo, prima del trenino di fine anno, c’è una campagna elettorale, con tante promesse, in particolare quella di Matteo Salvini della Lega. Il centrodestra si è espresso contrario alla legge Fornero (qui il programma del centrodestra), promettendo di spedirla in cantina qualora andasse alla guida del governo dopo le elezioni del 25 settembre 2022.

La Lega dice di avere le idee chiare: introdurre Quota 41, con la possibilità di pensionamento al 41esimo anno di versamenti, e tutto questo a prescindere dall’età anagrafica. Eppure, la coalizione al momento vincente secondo i sondaggi appare già divisa. Forza Italia propende più per la Quota 104.

Secondo gli analisti di economia e i costituzionalisti più esperti, in realtà sarà improbabile cancellare lo spettro della Fornero almeno in questi tempi. Senza contare che il cambio di rotta dovrà passare dai meccanismi di stabilità europea.

È assai più probabile che si riesca a optare per la proroga della Quota 102, due anni in più della 100 avallata dal governo gialloverde di Conte, con Salvini all’epoca ministro. Una misura barattata in cambio del reddito di cittadinanza voluta dagli allora alleati del Movimento 5 Stelle.

 

A che età si va in pensione

Non c’è solo un problema di tempi. L’inflazione galoppante e l’inarrestabile risalita del debito pubblico hanno già bruciato tutte le risorse per una Riforma delle pensioni nel breve termine. Nel DEF (Documento di Economia e Finanza) di aprile 2022 si stimava per fine anno un’inflazione del 5,8% (siamo su una media di 6,5%). E infatti, l’Istat ha già stimato un pesante 7,9% a fine anno (stime al ribasso). Stando così, la Fornero piacerà a Bruxelles e sorride ai conti pubblici.

Nel frattempo l’Inps ha chiuso un disavanzo patrimoniale a fine 2021 pari a quasi 1 miliardo di euro, con 20 miliardi di rosso.

Allo stato attuale l’Italia può permettersi di mandare in pensione i suoi lavoratori attivi a 67 anni e 20 anni di contributi, a che l’importo mensile dell’assegno sia di almeno 690,42 euro, ovvero 1,5 volte l’assegno sociale che è di circa 468 euro al mese. Questo significa che il contribuente deve percepire all’anno un assegno minimo di 8.975,46 euro. Una pensione che non consentirebbe neppure di vivere dignitosamente pagando un affitto.

Un infermiere che ha lavorato versando 35 anni di contributi e una quota di 30mila euro, dovrà accontentarsi di 14.860 euro circa di assegno annuo.

Per arrivare all’agognato assegno da quasi 1000 euro bisognerà ricorrere all’integrazione al trattamento minimo alla maggiorazione sociale, alla pensione di cittadinanza, ad assegni familiari e tutte le detrazioni possibili.

 

Gioventù bruciata

Stando al rapporto Istat 2020 il 27% dei figli attivi oggi rischia una regressione rispetto allo status sociale dei genitori, che invece andavano in pensione molto prima. L’ascensore sociale è bloccato e l’ultima generazione considerata, ossia i nati tra il 1972 e il 1986, dovrà sostanzialmente reincarnarsi dopo la morte per poter ambire alle classi sociali superiori. La mobilità ascendente è bloccata da un aumento del tasso di mobilità discendente, dunque di coloro che regrediscono a condizioni sociali inferiori rispetto a quelle di partenza. Il peso maggiore degli sprechi passati è a carico della generazione ’72-’86.

Capite che proporre pensionamenti facili in un quadro così complesso è decisamente da irresponsabili.