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Il ministro dell'Economia Giancarlo Giorgetti

Le nuove regole fiscali europee decise con l’accordo raggiunto sul patto di stabilità sono frutto di un compromesso e cambieranno la vita degli italiani.  Tra gli elementi positivi  secondo il ministro dell’Economia italiano Giancarlo Giorgetti  c’è il fatto che siano state recepite le richieste italiane: l’estensione automatica del piano connessa agli investimenti del Pnrr,  l’aver considerato un fattore rilevante la difesa, lo scomputo della spesa per interessi dal deficit strutturale fino al 2027. Con queste premesse per Giorgetti «l’Italia ha ottenuto molto, e quello che sottoscriviamo è un accordo sostenibile per il nostro Paese» anche grazie allo «scomputo della spesa per interessi dal deficit strutturale fino al 2027». Tra gli altri vantaggi c’è il fatto che parametri partoriti dalla trattativa e soprattutto la loro declinazione temporale evitano il rischio che le regole Ue impongano una manovra correttiva già dall’anno prossimo, alla vigilia del voto di giugno.

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Come sarà la crescita nel 2024

A premere in questa direzione potrà essere una crescita che secondo le previsioni aggiornate è destinata a fermarsi molto sotto l’obiettivo dell’1,2% fissato dal Governo, mettendo a rischio i target sul deficit e la marginale riduzione del debito programmata dalla NaDef. Ma questa partita si gioca sul terreno della realtà, che prescinde dal valzer dei parametri comunitari. In prospettiva, anche la riduzione dello 0,5% all’anno del deficit strutturale chiesta dal braccio correttivo, quello che si rivolge ai Paesi in disavanzo eccessivo fra i quali è destinata a rientrare anche l’Italia, è già presente nel programma ufficiale di finanza pubblica dei prossimi anni. Certamente è chiusa la strada dell’extradeficit per trovare i 14,5 miliardi necessari a replicare nel 2025 il taglio del cuneo fiscale e gli sconti dell’Irpef a tre aliquote: ma l’idea che il nuovo Patto aprisse spazi ulteriori di disavanzo italiano non è mai stata nel novero delle ipotesi. Resta in campo il problema di un debito che anche per l’eredità del Superbonus appare destinato a rimanere a lungo nei dintorni del 140% del Pil.