Cos’hanno in comune Daniele Silvestri e l’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, il Premio Oscar Nicola Piovani e Tosca, Gilberto Gil e Madame, Samuele Bersani e l’Agenzia Spaziale Italiana, Bertolt Brecht e i videogame, il jazz e la sostenibilità ambientale, Max Gazzè e i Jethro Tull, Giovanni Allevi e e la danza, i libri e il blues? Tutti, indistintamente, prima o poi passano da Roma. Per esser precisi, passano dall’Auditorium Parco della Musica intitolato a Ennio Morricone e perogettato da Renzo Piano: «Abbiamo il più grande complesso artistico multifunzionale in Europa e uno dei dieci più grandi nel mondo», spiega a Economy Daniele Pitteri, Amministratore Delegato della Fondazione Musica per Roma dopo aver diretto la Fondazione Modena Arti Visive, il Complesso Museale Santa Maria della Scala di Siena, il Forum Universale delle Culture di Napoli. «Accoglie migliaiaia di visitatori ogni giorno con concerti, spettacoli, mostre, eventi, convegni. Da  noi si sono esibiti i Deep Purple, i Simple Minds, Patti Smith, Paul Weller»…

Vogliamo renderlo in numeri?

Abbiamo oltre 10 mila posti tra arena (5.600 posti), sala Santa Cecilia (2.700), sala Sinopoli (1.200), sala Petrassi (circa 700), sala Borgna (300). Siamo una delle poche strutture al mondo che ha una continuità di programmazione di tutti i generi musicali. E siamo sempre aperti: il 31 dicembre organizziamo 4 concerti in contemporanea, poi si brinda tutti insieme. Ma i numeri non bastano per raccontarci: abbiamo l’unica ensemble stabile in Italia, una delle poche in Eurpa di musica contemporanea, che suona da Stravinskij a Frank Zappa, diretta da Tonino battista, poi l’Orchestra popolare italiana diretta da Ambrogio Sparagna, l’Orchestra nazionale jazz, la Auditorium Band direta da Gigi Rienzo, la Jazz Kids Orchestra diretta da Paolo Damiani e la Jazz Junior Orchestra sotto la direzione di Massimo Nunzi. E ancora: un’etichetta discografica, la Parco della Musica Records, di nicchia, che lavora soprattutto su jazz e musica sperimentale, contemporanea e d’autore. Persino Gino Paoli, Sergio Cammariere e Danilo Rea hanno inciso con noi…

E i conti? Dopotutto, l’industria dello spettacolo è pur sempre un’industria.

Abbiamo chiuso l’ultimo esercizio con risultati da record: 1.077 eventi organizzato, una crescita del 64% degli spettatori, un incremento delle attività del 114%, oltre 380 mila spettatori paganti con un incasso da bigliettazione che sfiora gli 11 milioni di euro e più di 28 milioni di euro di fatturato, altri 4 milioni dalle attività commerciali come convegnistica e congressi, circa 1,1 milioni di ricavi da sponsorizzazioni, altri 780 mila euro da canoni e royalties (attività commerciali interne, libreria, ristorazione, parcheggio) e poi circa 720 mila euro di ricavi da contributi diversi come ad esempio la quota di 400 mila euro dal Fondo unico per lo spettacolo, dato che siamo il centro di produzione del Ministero della Cultura. Ciononostante, il 2022 è stato l’anno del paradosso…

Perché mai?

Perché i risultati mai ottenuti prima, come testimoniano i record di fatturato, incassi, e spettatori oltre l’eccezionale quota di autofinanziamento, sono stati neutralizzati dalla crisi della guerra Ucraina, che ha pesato non poco sul totale dei costi energetici: qualcosa come un milione di euro, al netto dei ristori governativi di circa 200 mila euro. Risultato: una perdita di circa 480 mila euro. Ma già quest’anno ci stiamo rifacendo: nel primo semestre 2023 abbiamo mantenuto il trend positivo del pubblico, con ottime proiezioni sull’intero anno. Già a maggio avevamo un +31% di spettatori: ne abbiamo avuti 190 mila contro i 145 mila del 2022. E anche a livello di ricavi, a maggio eravamo già a un +57%. Dovremmo chiudere l’anno oltre 200 mila euro di risparmi sul personale, grazie al processo di riorganizzazione interna implementato negli ultimi anni dall’attuale CdA (abbiamo una settantina di dipendenti diretti, ma arriviamo a circa 400 con le persone che lavorano qui per le ditte che hanno vinto gli appalti, tra personale di accoglienza, personale tecnico, di manutenzione, pulizie e guardiania armata) e oltre mezzo milione di euro di risparmi sui costi energetici. Ma non possiamo parlare di utile in senso stretto.

Giusto: dietro le quinte dell’Auditorium c’è la Fondazione Musica per Roma, che gestisce la struttura.

È stata istituita nel 1999 e divenuta Fondazione nel 2004. Abbiamo soci pubblici come il Comune di Roma, la Regione Lazio e la Camera di Commercio di Roma. Abbiamo la concessione dal Comune di Roma per 99 anni dal 2002… ne mancano ancora parecchi! Gestiamo anche la Casa del Jazz a Villa Osio, luogo sottratto alle mafie e restituito alla città, che all’interno di un grande parco ospita un auditorium multifunzionale da 150 posti con un sofisticato sistema di registrazione, oltre all’archivio audiovisivo, la biblioteca, sale di prova e registrazione, foresteria e ristorante. E riceviamo dai soci un contributo annuo di 9,650 milioni di euro complessivi, che corrispondono al 33% del nostro fatturato: significa che abbiamo un’eccezionale capacità di autofinanziamento, superiore al 67%. Per una fondazione culturale è un’enormità.

Un modello, insomma.

E non solo per i conti. Abbiamo creato una rete in Europa che collabora attraverso lo scambio di produzioni originali, la promozione delle attività sui rispettivi territori nazionali, l’ospitalità reciproca, gli stage professionali. Siamo andati alla ricerca di altre strutture simili alla nostra, che avessero almeno due sale di spettacolo, una programmazione musicale trasversale ai generi, una struttura di produzione e che avessero architetture contemporanee realizzate fra la fine del XX secolo e il XXI secolo. Oggi abbiamo partner in tutti Europa: il Palacio Euskalduna di Bilbao, il Centro Cultural De Belém (CCB) di Lisbona, il Musiikkitalo di Helsinki, il Musikkens Hus di Aalborg in Danimarca, il Kilden di Kristiansand in Norvegia, il Great Amber di Liepaja in Lethonia, il Gasteig di Monaco di Baviera, la House of Music di Budapest, La Seine Musicale di Parigi, l’House of Music Hungary di Budapest e Flagey di Bruxelles. È una rete informale: c’è ma non si vede, ed è nata quasi in maniera spontanea, attraverso accordi bilaterali con ognuno questi soggetti, finché non abbiamo deciso di incontrarci tutti insieme, qui a Roma. Ora stiamo costruendo un progetto basato soprattutto sulla crescita tessuto sociale attraverso la cultura: non esiste in Europa e al mondo un luogo di concerti che propone tutte le musiche popolari con stagioni regolari e continuative, come se fosse musica classica. Noi lo faremo.