La conquista di Warner Bros. Discovery rischia di trasformarsi per Paramount in una delle più costose battaglie finanziarie della storia recente di Hollywood. Dopo aver superato Netflix nella corsa al gruppo e incassato numerose autorizzazioni internazionali, David Ellison deve ora fare i conti con l’offensiva antitrust della California e di altri undici Stati americani. Dal 1° ottobre, inoltre, ogni giorno di ritardo nell’operazione da 110 miliardi di dollari inizierà ad aumentare il prezzo finale del deal.
Un tassametro da 7 milioni di dollari al giorno
Secondo i documenti depositati alla Sec, dal primo ottobre il corrispettivo destinato agli azionisti Warner crescerà progressivamente fino a circa 7 milioni di dollari al giorno, equivalenti a circa 650 milioni ogni trimestre. Non si tratta di un esborso quotidiano: le cosiddette ticking fees verrebbero riconosciute soltanto al closing. Ma se il contenzioso arrivasse fino al processo fissato per marzo 2027, il conto aggiuntivo potrebbe già superare il miliardo.
Il rischio estremo vale altri 7 miliardi
L’esposizione finanziaria cresce ulteriormente nello scenario in cui l’acquisizione fallisse per motivi regolatori nelle condizioni previste dal contratto: Paramount potrebbe essere chiamata a versare una termination fee da 7 miliardi. Il gruppo si è inoltre assunto i 2,8 miliardi dovuti da Warner a Netflix per la rottura del precedente accordo, mentre la famiglia Ellison si è impegnata a mettere sul tavolo 46,72 miliardi di capitale proprio. L’operazione valuta Warner circa 81 miliardi in termini di equity e 110 miliardi considerando anche il debito.
Paramount alza le difese sul fronte antitrust
Ellison prova intanto a ridurre la pressione regolatoria con una serie di concessioni industriali. Paramount avrebbe proposto alle catene cinematografiche AMC e Regal l’impegno a distribuire almeno 30 film all’anno nelle sale dopo la fusione, nel tentativo di rispondere alle accuse di una possibile riduzione della concorrenza. Sul fronte internazionale, il gruppo continua invece a raccogliere autorizzazioni, mentre il nodo più difficile resta quello della California, dove il procuratore generale Rob Bonta chiede rimedi strutturali più incisivi.
Perché lasciare Hollywood
È in questo contesto che prende forma la minaccia più clamorosa. Secondo Bloomberg e Los Angeles Times, il consiglio di amministrazione di Paramount avrebbe approvato un piano che consentirebbe di trasferire gradualmente fuori dalla California una parte rilevante delle attività cinematografiche e televisive. Tra le possibili destinazioni vengono indicati Texas, Tennessee e Georgia, mentre nel lungo periodo potrebbe essere valutata anche la cessione di uno dei grandi complessi produttivi di Los Angeles.
Un deal che diventa una guerra di logoramento
Lo spostamento delle attività non cancellerebbe la causa antitrust e proprio per questo diversi osservatori leggono il progetto soprattutto come una forma di pressione politica sul governo californiano. Paramount arriva comunque allo scontro con conti operativi in miglioramento: nel secondo trimestre l’Ebitda adjusted sarebbe cresciuto del 27% a 1,1 miliardi di dollari, mentre Paramount+ avrebbe sfiorato gli 82 milioni di abbonati. Il vero rischio, però, resta il tempo: più il closing si allontana, più aumenta il costo finanziario della vittoria ottenuta su Netflix.













