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È morto a Roma, a 86 anni, Paolo Cirino Pomicino, medico prestato alla politica e per oltre un decennio uno dei più influenti “ingegneri” della spesa pubblica italiana. Esponente di punta della Democrazia Cristiana andreottiana, ex presidente della Commissione Bilancio della Camera e poi ministro della Funzione pubblica e del Bilancio, ha attraversato la stagione d’oro e il crollo della Prima Repubblica lasciando un’impronta profonda sul modo in cui lo Stato ha allocato risorse, finanziato infrastrutture, sostenuto territori e imprese.
Napoli, classe 1939, laurea in Medicina, Pomicino entra nella Dc nel cuore del sistema di potere che salda centro e periferia, partito e grande amministrazione. È nella Commissione Bilancio di Montecitorio, che presiede dal 1983 al 1988, che costruisce la propria centralità: in un Parlamento pre vincolo di bilancio europeo è lì che passano spesa corrente, fondi per le opere pubbliche, incentivi alle imprese, salvataggi di aziende pubbliche e para pubbliche.
Da ministro della Funzione pubblica nel governo De Mita prima e soprattutto da ministro del Bilancio nei governi Andreotti VI e VII, tra il 1989 e il 1992, il suo ruolo diventa vistosamente sistemico: la programmazione economica è ancora il crocevia in cui si definisce quante risorse vanno al Mezzogiorno, come si modulano i trasferimenti agli enti locali, quali infrastrutture entrano o restano fuori dal perimetro del finanziabile. In quella stagione, al confine tra la fine della Guerra fredda e l’avvio del percorso di Maastricht, Pomicino è uno dei politici che tengono in mano, di fatto, il rubinetto della finanza pubblica italiana.
La stagione in cui Pomicino è protagonista coincide con l’esplosione del debito pubblico italiano, che viaggia verso livelli record nel rapporto Pil, ma anche con una delle fasi di maggiore attivismo della mano pubblica, dalle grandi opere all’edilizia popolare, dagli investimenti nel Mezzogiorno ai salvataggi delle partecipazioni statali. La tensione fra consenso di breve periodo e sostenibilità di lungo periodo attraversa tutta la sua biografia politica: l’idea di uno Stato “espansivo”, usato come leva di sviluppo e coesione sociale, si scontra progressivamente con i vincoli europei e con la sfiducia dei mercati.
Pomicino incarna quel compromesso tipico della Prima Repubblica: bilanci che si allargano per tenere insieme coalizioni e territori, un sistema di imprese che dipende pesantemente da commesse e finanziamenti pubblici, una finanza pubblica che rinvia nel tempo il conto di scelte spesso orientate più alla mediazione politica che all’efficienza economica. È anche per questa impostazione che il suo nome resterà legato a un’idea di politica industriale fatta di reti personali, gestione dei flussi di spesa, rapporto stretto con enti pubblici economici e banche controllate dallo Stato.
Napoli e il Mezzogiorno sono la vera costante del suo perimetro di azione: definito uno dei “viceré” della corrente andreottiana in Campania, Pomicino è punto di snodo tra governo centrale, amministrazioni locali e grande impresa pubblica. In quell’intreccio passano la gestione della Cassa per il Mezzogiorno e degli strumenti che ne raccolgono l’eredità, la distribuzione di appalti, la localizzazione di investimenti, la selezione delle priorità infrastrutturali nel Sud.
Questa funzione di cerniera, che da un lato garantisce risorse e progetti a territori storicamente marginalizzati, dall’altro consolida un modello in cui il Sud resta dipendente dai trasferimenti e dalle decisioni politiche prese a Roma. Nella narrazione critica che emergerà con Tangentopoli, Pomicino verrà spesso indicato come simbolo di un sistema che, pur iniettando miliardi nel Mezzogiorno, non è riuscito a sciogliere i nodi strutturali di produttività, legalità e competitività.
Il crollo della Prima Repubblica, con l’inchiesta Mani Pulite e la fine del sistema dei partiti tradizionali, travolge anche Pomicino, che affronta procedimenti giudiziari e una lunga marginalizzazione dalla scena di governo. La sua traiettoria non si esaurisce però negli anni Novanta: torna in Parlamento nella quindicesima legislatura, siede al Parlamento europeo dal 2004 al 2009 e continua a intervenire da editorialista, opinionista televisivo, “memoria storica” del modo in cui si facevano i bilanci e si programmava la spesa negli anni d’oro della Dc.

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Nel corso di tent’anni di inchieste giudiziarie, ‘o ministro ha affrontato 42 processi, conclusi in 40 casi con un’assoluzione piena e solo in due con una condanna definitiva (un anno e otto mesi per finanziamento illecito nel caso Enimont e due mesi per corruzione legata ai fondi neri Eni), a conferma di una biografia giudiziaria tanto affollata quanto, alla prova delle sentenze, largamente assolutoria.
Negli ultimi anni, mentre l’Italia affronta il vincolo del pareggio di bilancio, l’austerità post crisi e poi lo shock pandemico, Pomicino diventa una voce fuori dal coro che rivendica il ruolo della spesa pubblica come motore di crescita e critica la gabbia dei parametri europei. Per molti osservatori resta l’emblema di una stagione irripetibile di politica economica a forte impronta discrezionale, nel bene, la capacità di usare il bilancio come strumento di intervento, e nel male, la fragilità strutturale che ha consegnato alle generazioni successive un debito ingombrante e un rapporto patologico tra economia reale, rendite e finanza pubblica.