tariffe telefoniche

I digitalebani – fanatici del digitale – e gli iperliberisti a tassametro già esultano: con l’acquisto da parte di Swisscom di Vodafone Italia, dopo Fastweb, prende corpo la prima operazione di “oliopolizzazione” che tutti i colossi telefonici auspicano di poter fare in Europa e in Italia per poterci pelare più soldi dei tanti che già ci pelano.

Delizioso notare che ciò prenda corpo a opera di un operatore – serissimo, per carità: almeno questo! – che non appartiene neanche all’Unione Europea…

Dopo quest’operazione, e in sintesi, ricordiamo che: la prima e miglior compagnia telefonica fissa a banda larga, cioè Fastweb, con Vodafone, secondo operatore telefonico mobile, nato in Italia da capitali italiani e grazie a una gara dello Stato italiano che le ha assegnato con discutibili modalità le necessarie frequenze, cioè Omnitel, appartengono agli svizzeri; il primo operatore integrato fisso-mobile, cioè Wind-Tre, nato dall’Enel, appartiene al colosso cinese Hutchison Whampoa (appartiene alla famiglia di Mister Li Ka-shing, un signore di 96 anni di Chaozhou (Cina popolare) ed emigrato nel ’40, con la famiglia, a Hong Kong ma in ottimo rapporti con Pechino; poi abbiamo Iliad, del magnate francese Xavier Niel.

E poi c’è Tim, che sta vendendo – e meno male! – la sua rete fissa allo Stato ma è controllata da un azionariato diffuso dove però spicca con oltre il 23% il gruppo francese Vivendi.

Il più grande tra i piccoli operatori è Eolo, che pure appartiene a un fondo svizzero.

Teniamo conto che in Italia tra il 2003 e il 2008 il mercato dei telefoni cellulari è cresciuto del 58,11% passando da 97,66 sim card ogni 100 abitanti a 155,77. In pratica, in media gli italiani possiedono più di un telefonino e mezzo a testa e superano tutti gli altri utenti del G7. Un mercato di una ricchezza fantastica. Diventato campo di battaglia degli appetiti peggiori.

Dello Stato, innanzitutto: che ha privatizzato Telecom Italia come peggio non avrebbe potuto, e svenduto Wind a un figuro come il finanziere egiziano Sawiris che la girò all’oligarca putiniano Friedman di Alpa Bank che l’ha poi (meno male) venduto ai cinesi; e degli appetiti dei privati che hanno depredata Tim, col beneplacito del governo D’Alema, esponendola a quella crisi del debito che oggi le impone di vendere la rete (almeno questo è una conseguenza utile al Paese); e svenduto Omnitel per comprare Tim!

Una sequela di distruzione di valore pubblico nel nome della creazione di effimero valore privato.

Ma c’è di peggio, e di più importante, e quindi – sì, proprio “quindi”, nel senso che l’era dei social media impedisce di fatto che si discuta delle cose importanti ma permette solo che si polemizzi su scemenze – non esplicitato da nessuno.

La cosa importante, in questo caso, è che le tariffe telefoniche presto aumenteranno e di tanto. E finirà che il disastro della telefonia italiana lo pagheremo noi utenti. Perché aumenteranno?

Proviamo a spiegarlo.

Come ha correttamente detto in un’intervista uscita sul Corriere l’attuale a.d. di Telecom Pietro Labriola: “Guardate l’operazione Fastweb-Vodafone, il mercato sta cambiando. Se restiamo verticalmente integrati, non potremmo partecipare al consolidamento”.

Decifriamo il messaggio. Labriola dice che dopo aver venduto la rete e aver quindi riequlibrato i conti – scaricando gran parte dei debiti sulla società della rete che potrà (speriamo!) ripagarli in più anni approfittando del business più stabile che ha – Tim tornerà ad essere appetibile per essere comprata da qualcuno.

I manager lo chiamano “consolidamento”: significa che periodicamente in tutti i settori industriali si constata che la concorrenza è troppo fitta per permettere agli operatori di alzare i prezzi e guadagnare meglio, e quindi gli operatori più grandi assorbono quelli piccoli, e rimasti in pochi alzano i prezzi.

In quel paradiso artificiale chiamato Stati Uniti, tre compagnie telefoniche si spartiscono un mercato ricchissimo. In Europa finora, a parte l’insipienza dei governi italiani, l’Antitrust europeo ha impedito questo scempio. Le compagnie telefoniche attive sono cento, ed hanno tutte comunque guadagnato bene, ma non quanto avrebbero desiderato per dividersi ancora più utili, pur dovendo pagare fortissimi interessi sui troppi debiti fatti dai loro azionisti.

Chiaro? Volevano da tempo potersi fondere l’una con l’altra per mettere in comune i costi fissi, licenziare, e soprattutto alzare i prezzi.

L’Antitrust europeo non gliel’ha permesso. Ora in vista delle elezioni, la Commissione ha sbracato. E quindi adesso la crisi Tim-Telecom è il pretesto migliore per dare via libera al “consolidamento” del mercato. Hanno cominciato con Vodafone, ma è solo l’inizio.

Prosit per loro, non per noi.