L’Italia accelera sui pagamenti digitali, ma il traguardo di una vera economia senza contanti è ancora lontano. Nel 2025 il valore complessivo delle transazioni cashless ha superato per la prima volta i 500 miliardi di euro, triplicando rispetto al livello registrato dieci anni prima. Una crescita che segnala come i pagamenti elettronici stiano diventando sempre più centrali nell’economia del Paese, ma che al tempo stesso evidenzia quanto il sistema italiano debba ancora recuperare terreno rispetto ai partner europei.
È il quadro che emerge dall’11° Rapporto 2026 della Community Cashless Society di Teha Group, che analizza lo stato di avanzamento della digitalizzazione dei pagamenti nel sistema economico nazionale.
Secondo lo studio, il valore delle transazioni digitali ha ormai raggiunto il 26,6% del Pil, consolidando il ruolo dei sistemi cashless come infrastruttura fondamentale per il funzionamento dell’economia contemporanea. Nell’ultimo triennio la crescita è stata sostenuta da un ritmo medio annuo vicino al 9,5%, segnale di un cambiamento ormai strutturale nei comportamenti di consumatori e imprese.
Tuttavia, il confronto con il resto d’Europa racconta una storia più sfumata. Nel Cashless Society Index 2026, l’indicatore che misura la diffusione dei pagamenti digitali nei Paesi europei, l’Italia si colloca al 21° posto su 27, perdendo una posizione rispetto all’anno precedente e restando lontana dai principali benchmark continentali.
La distanza emerge con chiarezza guardando ai numeri delle transazioni. In Italia si registrano 181,4 operazioni cashless pro capite all’anno, contro una media europea di 246,8. Anche il peso dei pagamenti digitali sull’economia resta inferiore al dato medio dell’Unione, dove il transato elettronico rappresenta il 31,6% del Pil.
In altre parole, il Paese ha fatto passi avanti importanti, ma il divario accumulato negli anni non è ancora stato colmato.
I benefici economici della transizione digitale
Nonostante il ritardo relativo, la progressiva digitalizzazione dei pagamenti ha già prodotto effetti significativi sull’economia italiana. Negli ultimi dieci anni, secondo il rapporto, il passaggio verso una cashless society ha generato 55,4 miliardi di euro di benefici complessivi per il sistema Paese.
Il risparmio deriva da diversi fattori: minori costi di gestione del contante, maggiore sicurezza delle transazioni, incremento della tracciabilità fiscale, stimolo all’innovazione e riduzione del tempo necessario per le operazioni di pagamento.
Se l’attuale ritmo di crescita dovesse proseguire, entro il 2030 potrebbero generarsi ulteriori 27,5 miliardi di euro di valore economico. Il potenziale sarebbe ancora più ampio qualora l’Italia riuscisse ad allinearsi ai Paesi europei più avanzati: in questo scenario il beneficio complessivo potrebbe arrivare fino a 123 miliardi di euro.
Una filiera industriale in forte espansione
Dietro la diffusione dei pagamenti digitali si è sviluppata negli anni una vera e propria filiera industriale. Il settore del cashless in Italia conta oggi 2.844 aziende, tra operatori nazionali e internazionali che operano lungo l’intera catena del valore delle transazioni elettroniche. Nel complesso il comparto genera 17,7 miliardi di euro di fatturato e 9,4 miliardi di valore aggiunto, dando lavoro a circa 34.600 persone.
Si tratta di un segmento dell’economia che negli ultimi anni ha registrato una crescita decisamente superiore alla media nazionale. Dal 2015 a oggi il fatturato della filiera è aumentato dell’85,3%, mentre nello stesso periodo il Pil italiano è cresciuto del 32,2%.
Questa dinamica ha portato il settore dei pagamenti digitali a posizionarsi al primo posto tra i servizi per crescita del fatturato, confermando il ruolo strategico dell’innovazione nei sistemi di pagamento per lo sviluppo dell’economia digitale.
Anche l’impatto fiscale è destinato a crescere. Già nel 2024 il contributo alle casse pubbliche generato dalla filiera è stato stimato in 831 milioni di euro, ma secondo le proiezioni potrebbe arrivare a 1,1 miliardi entro il 2030 se i tassi di espansione attuali verranno mantenuti.
Il peso del contante resta elevato
Se la crescita dei pagamenti digitali è ormai evidente, il vero nodo strutturale resta la forte presenza del contante nell’economia italiana.
Secondo il Cash Intensity Index, che misura l’incidenza del contante in circolazione rispetto al Pil, l’Italia si colloca al 31° posto su 144 economie mondiali, con un rapporto pari all’11,5% del Pil. Un valore superiore alla media europea, che si attesta intorno al 9,8%.
La maggiore diffusione del contante non ha soltanto implicazioni tecnologiche o culturali. Ha effetti diretti sulla trasparenza dell’economia e sulla capacità dello Stato di contrastare l’evasione fiscale. Il rapporto segnala infatti come l’economia sommersa in Italia stia tornando a crescere. Per il terzo anno consecutivo il fenomeno registra un aumento, con un incremento del 7,5% rispetto ai livelli precedenti, riportando l’attività non osservata su valori superiori al periodo pre-pandemico.
Secondo le stime più recenti, l’economia sommersa nel Paese vale circa 200 miliardi di euro, pari al 10,2% del Pil. Si tratta del valore più elevato mai registrato in termini assoluti.
Questa dinamica si riflette anche sul Vat gap, il divario tra l’Iva teoricamente dovuta e quella effettivamente incassata dallo Stato. Con circa 25 miliardi di euro, l’Italia resta la principale grande economia europea per dimensione del gap fiscale legato all’Iva.
Il nodo delle politiche pubbliche
La diffusione dei pagamenti digitali non dipende soltanto dalla tecnologia, ma anche dalle politiche economiche e dalla cultura finanziaria del Paese.
Secondo gli analisti della Community Cashless Society, il ritardo italiano è legato a fattori sistemici che continuano a rallentare la piena affermazione dei sistemi di pagamento elettronici. Tra questi pesano la persistente preferenza per il contante in alcune fasce della popolazione, la frammentazione del tessuto imprenditoriale e una diffusione ancora disomogenea delle infrastrutture digitali.

















