La transizione ecologica, questa volta, rischia di passare dal banco frigo e dallo scaffale dei negozi e della Gdo. Le nuove regole europee sugli imballaggi alimentari stanno agitando la filiera e riaccendendo un timore che sembrava archiviato con il raffreddamento dell’inflazione: un possibile aumento diffuso dei prezzi al consumo.

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A sollevare il tema è stata nelle ultime ore un’inchiesta pubblicata da la Repubblica, che dà voce alle preoccupazioni delle imprese del packaging e dell’industria alimentare. Il nodo è il nuovo Regolamento europeo sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio, il cosiddetto Packaging and Packaging Waste Regulation, destinato a cambiare in profondità il modo in cui i prodotti vengono confezionati, distribuiti e, soprattutto, riutilizzati.

Il principio che guida Bruxelles è chiaro: meno rifiuti, più riciclo, più riuso. Ma la traduzione operativa di questi obiettivi implica investimenti significativi lungo tutta la catena del valore. Non si tratta soltanto di sostituire una vaschetta o alleggerire una bottiglia. Occorre ripensare materiali, linee produttive, logistica e sistemi di raccolta. E, in molti casi, rivedere contratti e modelli di business.

Le imprese del settore parlano apertamente di costi aggiuntivi. Adeguarsi ai nuovi standard di riciclabilità, rispettare le quote di materiale riciclato, introdurre sistemi di riutilizzo per alcune categorie di prodotti significa intervenire su impianti e processi con tempi serrati. Per le grandi multinazionali il percorso è complesso ma gestibile; per le piccole e medie imprese, ossatura dell’agroalimentare italiano, il passaggio può risultare più oneroso.

Il rischio evocato è quello di una traslazione a valle dei maggiori costi. In altre parole, se l’adeguamento normativo pesa sui margini delle aziende, una parte di quel peso potrebbe finire sui listini. Non con aumenti eclatanti su un singolo prodotto, ma con un effetto diffuso che, sommato, incide sul carrello della spesa. E in una fase in cui i consumi stanno appena ritrovando equilibrio, anche piccoli ritocchi possono influire sulla domanda.

Il regolamento europeo si inserisce nel più ampio disegno dell’economia circolare promosso dalla Commissione. L’obiettivo è ridurre drasticamente i rifiuti da imballaggio entro il 2030 e oltre, spingendo verso soluzioni riutilizzabili e standard di progettazione più stringenti. Una direzione coerente con il Green deal, ma che, secondo la filiera, richiede gradualità e strumenti di accompagnamento.

C’è poi un aspetto competitivo. Le imprese italiane del packaging sono tra le più avanzate in Europa per innovazione e capacità produttiva. Tuttavia, un’applicazione rigida delle nuove norme, senza adeguati periodi transitori, potrebbe penalizzare chi opera in mercati già compressi da margini sottili e forte concorrenza internazionale. La sostenibilità, insomma, non può prescindere dalla sostenibilità economica.

Per imprenditori e professionisti il dossier è strategico. Non riguarda solo i produttori di imballaggi, ma l’intero ecosistema agroalimentare, dalla trasformazione alla grande distribuzione. Ogni modifica normativa ha ricadute su contratti di fornitura, piani industriali, investimenti in ricerca e sviluppo. E impone una revisione delle strategie di pricing in un contesto ancora sensibile alle variazioni dei costi.

La partita si gioca su due scacchiere. Da un lato, la necessità di accelerare sulla riduzione dei rifiuti e sull’efficienza delle risorse. Dall’altro, la tenuta di un sistema produttivo che vale miliardi e occupa centinaia di migliaia di addetti.