La partita dell’oro custodito nei caveau di Via Nazionale torna al centro del dibattito politico. Questa volta è un documento interno di Fratelli d’Italia a riaccendere l’attenzione: un dossier che mette in guardia dal rischio – ritenuto teorico ma non remoto – che alcuni soggetti privati partecipanti al capitale di Bankitalia, inclusi gruppi con casa madre oltre confine, possano un domani rivendicare diritti sulle riserve auree del Paese.
Accusa forte, più politica che giuridica, ma sufficiente per rianimare un tema ciclicamente sensibile: chi sono realmente i proprietari delle quote della Banca d’Italia?
Quote private sì, ma con paletti rigidi
Il capitale di Via Nazionale — 7,5 miliardi di euro suddivisi in 300mila quote da 25mila euro — è oggi in mano a 175 soggetti: banche, assicurazioni, fondazioni, casse previdenziali e fondi pensione. La normativa impone che i detentori abbiano sede legale in Italia e, soprattutto, sterilizza ogni potere di controllo: oltre il 5% del capitale non si vota e i dividendi extra vengono ributtati nelle riserve dell’istituto.
In altre parole, nessun rischio di colonizzazione. Ma il semplice fatto che tra i soci ci siano realtà riconducibili a colossi esteri ha comunque acceso il faro della politica.
La mappa degli azionisti “a trazione estera”
Secondo l’elenco aggiornato, l’insieme delle partecipazioni riconducibili a gruppi stranieri arriva a poco meno del 6% del totale. Una percentuale decisamente ridotta, ma che include nomi di peso. In cima alla classifica dei partecipanti, ripresa da il Corriere della sera, figura UniCredit, con 15mila quote (il 5%), valore nominale 375 milioni. Una presenza tutt’altro che marginale, che per qualcuno stride con le perplessità politiche espresse nei mesi scorsi sull’identità “non del tutto italiana” del gruppo, specie dopo la disputa sull’eventuale operazione su Banco Bpm.
Seguono i grandi enti previdenziali (Inarcassa, Enpam, Cassa Forense), poi Intesa Sanpaolo, la cassa dei commercialisti, Bper e Iccrea.
Dentro i confini, ma con radici globali
Scorrendo l’elenco, al 14° posto compare Bnl, oggi nell’orbita della francese Bnp Paribas, con 8.500 quote per 212,5 milioni (2,8%). Un gradino più sotto Crédit Agricole Italia: 8.438 quote per 210,9 milioni (2,8%), un gruppo che continua a muoversi con grande dinamismo sul mercato bancario italiano e che i rumor danno potenzialmente interessato a un avvicinamento a Banco Bpm.
Presenze molto più piccole, ma comunque simboliche, sono quelle dell’assicuratore tedesco Allianz, con 320 quote (8 milioni, lo 0,1%), e della sua controllata italiana Allianz Next, ferma a 80 quote (2 milioni).
La lista “straniera” si allunga poi con Cnp Vita Assicura, ramo italiano della francese Cnp Assurance: 456 quote per 11,4 milioni (0,15%).
Oro di Stato, regole europee
Il cuore del dibattito resta comunque la natura dell’oro. Le riserve di Palazzo Koch — come per tutte le banche centrali dell’Eurosistema — non appartengono agli azionisti privati ma alla Banca d’Italia come istituzione pubblica indipendente, sottoposta al quadro normativo europeo. L’oro serve a garantire la stabilità del sistema monetario, non a generare dividendi né a coprire posizioni proprietarie.
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Eppure, l’argomento continua a essere politicamente delicato. Nel momento in cui il governo mette mano alla Manovra, e con uno scenario internazionale carico di incognite, anche una quota dello 0,1% controllata da un colosso straniero può diventare un simbolo, un punto di frizione, o semplicemente una leva retorica.

















