Ora la politica difenda le banche dagli avvoltoi

Negli ultimi tempi, si assiste impotenti all’acquisizione massiccia delle banche italiane da parte di fondi speculativi esteri. Il fenomeno, partito dalle banche sistemiche italiane, si sta allargando al sistema delle banche di territorio, le Popolari. La riforma voluta dal Governo Renzi è stata foriera di questo risultato; una scelta improvvida o voluta? Difficile credere che qualsiasi esperto governativo potesse non immaginare che sarebbe finita con la svendita a fondi esteri delle Popolari obbligate per legge a divenire Società per azioni. Si è capito subito che si trattava di riforma pasticciata. Con due ordinanze il Consiglio di Stato ha dichiarato illegittimo la costituzione di holding tra banche popolari. Per fortuna del sistema economico italiano, tale salvifica decisione è stata presa dal Consiglio di Stato in quanto materia di sua competenza. Non altrettanto è potuto succedere per l’iniziale provvedimento di conversione delle popolari in S.p.A., controllo esclusivo della Corte Costituzionale. Possiamo chiederci se tale legge – non firmata dal Presidente della Repubblica ma dal Presidente del Senato in qualità di supplente – sia stata immaginata da dilettanti allo sbaraglio o, come è più realistico ipotizzare, da esperti ben consci delle conseguenze.

Quali siano stati gli interessi precisi alla base del provvedimento non è dato sapere, ma è semplice osservare che certamente la finanza speculativa internazionale abbia un – documentato, come nel box a fianco – interesse a occupare posizioni di controllo nel sistema bancario dell’area Euro. Siamo sicuri che il crollo del sistema immobiliare a suo tempo determinatosi – e non ancora recuperato – sia stato casuale, oppure espressione di un sistema finanziario che aveva interesse a che i risparmiatori italiani smettessero di investire nel mattone? Quali che siano state le pressioni della finanza internazionale, è un fatto che oggi il risparmiatore italiano sia portato a modificare il proprio paniere di risparmio, nel nostro Paese per decenni ancorato all’immobiliare.Possibile poi che nessuno abbia ancora posto formale attenzione sul fatto che è quanto meno inopportuno che massimi rappresentanti delle istituzioni, in grado di condizionare scelte in materia bancaria, fossero notoriamente legati, direttamente o meno, a grandi banche d’affari, a partire da JpMorgan? 

Il crollo del mercato immobiliare non potrebbe essere stato indotto da chi aveva interesse a che gli italiani non vi investissero piu?

Stiamo parlando di una delle più grandi banche d’affari del mondo, intervenuta di recente a “curare” la vicenda Mps. Un medico ben retribuito, considerando i 500 milioni di euro di parcella; davvero nessun altro operatore italiano sarebbe stato all’altezza? A chi giova tutto questo?E’ indubbio che ci siano dei vincenti e dei perdenti, in questa scelta politica. I vincenti sono i grandi fondi speculativi internazionali; i perdenti sono il tessuto bancario italiano e il tessuto della micro piccola e media impresa.Intere zone del Paese, come ampie aree del Mezzogiorno, dopo aver perso il sistema bancario locale, hanno perduto il credito stesso. Ora è giunto il momento di lanciare un grido di allarme, nella speranza che qualcuno nel mondo politico si accorga che questi non sono temi per addetti ai lavori, ma argomenti vitali per il Paese. Se la nostra classe politica non prenderà atto di un disegno del pensiero unico internazionale, estero vestito, di creare una situazione di oligopolio in Italia, ci troveremo nel giro di pochissimi anni in una situazione da incubo. In quello scenario, se nessuno interverrà per contrastarlo, avremo milioni di imprese dominate da cinque o sei grosse banche, a spartirsi il credito senza concorrenza.

Che la finanza sia vitale al sostentamento del sistema industriale è fatto noto anche ai bambini; che in un sistema privo di sostanziale alternativa al capitale di debito questo tema diventi questione di vita o morte appare addirittura incontestabile. Di fronte a tali ovvietà, il mondo politico italiano assiste impassibile a un rito già annunciato, a partire dalla gestione, o meglio dal management. Chi comanda nelle banche italiane? Basta vedere Unicredit, dove – a nostro parere – di “italiano” resta soltanto il ricordo di un nome prestigioso, giacchè il capitale italiano è ormai di fatto in posizione di minoranza rispetto al capitale estero. Quella delle banche sistemiche è la rotta, tracciata: tenere gli amministratori italiani, magari per un paio d’anni, giusto per non sollevare polveroni mediatici, e poi procedere alla loro silente sostituzione con nomi che rispondono a logiche lontane. In questa banca sistemica, il cambio è già avvenuto. Eppure, basterebbe un vagito, un cenno di vita del mondo politico: basterebbe che qualcuno chiedesse a gran voce il rispetto del requisito di proporzionalità disatteso dall’Unione Europea. E’ di tutta evidenza il fatto che se le autorità europee con potere normativo in materia bancaria continuano impunemente a legiferare disattendendo tale inviolabile principio giuridico, nell’ignavia dei più, imponendo le stesse regole per banche sistemiche e banche territoriali, si crea economicamente una situazione di concorrenza sleale, nelle quali le seconde si trovano a non poter competere, e quindi a essere mangiate dalle prime. Tuttavia, da queste pagine non ci limitiamo a richiedere una generica indicazione di principio, ma annunciamo di chiedere una ben precisa presa di posizione al riguardo, chiara e circostanziata. Annunciamo che è nostra intenzione proporre un’iniziativa, tramite Assopopolari, nella quale presenteremo al mondo politico, in vista dell’appuntamento elettorale del prossimo anno, un documento programmatico richiedente la sottoscrizione di precisi impegni di difesa del sistema bancario italiano da indebite ingerenze dei fondi speculativi.

Dalle pagine di Economy inizia una battaglia culturale a tutela dell’economia nazionale e del principio di proporzionalità

Non ci bastano gli ordini del giorno e le dichiarazioni di principio: chiediamo precise assunzioni, formali, di impegno all’azione normativa. La classe politica italiana deve decidere se intende stare in disparte ad osservare il sacco di Roma, oppure chiedere di rivedere le norme, con particolare riferimento al principio inviolabile della proporzionalità. Dalle pagine di questo mensile economico oggi intendiamo iniziare, per spostare un dibattito finora rimasto al chiuso delle ristrette aule degli addetti ai lavori, trattandosi di vita o di morte dell’economia di questo Paese. Se i principali organi di stampa italiani non hanno trovato il tempo di dedicare neppure un trafiletto a tale tema, si trovi la spiegazione nel loro azionariato.

Non stupisce, leggendolo, comprendere perché da anni sentiamo raccontarci da autorevoli loro firme che è necessario e impellente “fondersi”, rinunciando a qualsivoglia tutela del nostro tessuto economico, che ha bisogni e interessi molto diversi da quelli pensati nelle lontane piazze finanziarie. Vi è un ultimo grido che vogliamo lanciare al mondo politico, in altre cose affaccendato: da anni  sentiamo levarsi atti d’accusa nei confronti – giustamente – di coloro che illegalmente portano capitali all’estero. Ebbene, lasciare che, legalmente, fondi speculativi spostino ingenti somme di denaro al di fuori delle logiche di investimento nel nostro Paese non è forse, mutatis mutandis, foriero di analogo risultato in termini di PIL? Facile, accusare il piccolo evasore fiscale; un po’ meno occuparsi delle grandi questioni che, ictu oculi, riguardano, legalmente, lo stesso fenomeno, in forma soltanto diversa. Chi sottrae, legalmente, enormi risorse al sistema produttivo italiano, non danneggia  maggiormente la capacità di portare il pane sulla tavola dei nostri concittadini? Questa è la domanda che porremo, in termini formali e documentati, al sistema politico italiano, attraverso un documento che sarà posto allo studio da Assopopolari, affinché sia inequivocabilmente chiaro chi si schiera dalla parte del grande capitale e chi produce lavoro.

I FONDI ESTERI OCCUPANO LE BANCHE ITALIANE

L’analisi dei dati sul controllo degli istituti riclassificati dall’Adn Kronos

I fondi esteri alzano il tiro degli investimenti nelle banche italiane puntando con decisione le popolari trasformate in società per azioni: da BlackRock a Silchester International Investors da Capital group a Invesco, gli azionisti rilevanti sono loro, con punte anche del 100%. La tendenza emerge da un’elaborazione dell’Adnkronos sui dati relativi agli investimenti esteri nei primi 15 gruppi bancari del paese per capitalizzazione a Piazza Affari. I fondi esteri sono primi azionisti delle due maggiori banche italiane, Unicredit e Intesa Sp, sono gli unici a detenere quote di capitale oltre il 3% in Banco Bpm, sono oltre il 30% del capitale segnalato alla Consob in Ubi. In Mediobanca la percentuale del capitale straniero rilevante è al 40%. Dei primi 14 azionisti di Unicredit che detengono il 33,8% del capitale, solo il 6,4% e’ in mani italiane.In Intesa San Paolo, dei primi 14 azionisti che al 20 agosto 2017 detengono il 40,6% del capitale, i soci italiani sono al 22,7%, mentre i fondi esteri sono al 17,9%.Ma colpisce l’avanzata degli investitori esteri e in particolare dei fondi nelle ex popolari. Di Banco Bpm si è detto, ma i fondi investono anche in Ubi. Anche nel Credito Valtellinese hanno trovato spazio gli stranieri con una posizione di forza.