Ilaria Salis
NICOLA FRANTOIANNI POLITICO, ANGELO BONELLI POLITICO

Questo è un appello serio e non provocatorio al leader di Alleanza Verdi e Sinistra Angelo Bonelli, autore dell’idea – rivelatasi vincente – di candidare Ilaria Salis alle elezioni europee, ottenendone la vittoria, l’elezione e la scarcerazione, miracolosamente molto rapida, dalle carceri ungheresi dov’era reclusa da molto tempo in attesa di giudizio.

L’appello è questo: se per le condizioni di detenzione della Salis in Ungheria si è riusciti a ottenere tutta la mobilitazione creativa e politica necessaria per candidarla, quanto di più andrebbe fatto per risanare le condizioni schifose, vergognose e suicidarie nelle quali versa la maggioranza delle carceri italiane? Che alla data di ieri, 16 giugno, i morti suicidi nelle carceri italiane, per le insostenibili condizioni di vita, abbiano appunto totalizzato la stratosferica cifra di 44, non è un segnale sufficientemente chiaro? Certo che lo è.

Dunque per non farsi accusare di diplopia – il problema patologico di chi vede doppio – Bonelli deve intervenire e porre questioni su questioni, sul tema; e deve incatenarsi davanti a qualche carcere. Deve farlo perché solo così può riscattare una scelta per carità legittima ma senza dubbio strumentale… candidare la Salis per farla scarcerare e così troncare l’infinita attesa in condizioni subumane di un verdetto comunque probabilmente avverso. Lui deve battersi in Italia, la Salis a Strasburgo.

Libero ovviamente di non farlo: del resto, l’unica forza politica ad aver seriamente quanto vanamente perseguito la battaglia della dignità nelle carceri sono stati i radicali, per la meritoria quanto frustrante opera prevalente di Rita Bernardini. Le altre forze politiche se ne sbattono altamente. E risuona forse il sarcastico “anatema” della canzone di Fabrizio De Andrè, “Don Rafaè”: “Qui non c’è più decoro, le carceri d’oro ma chi ll’ha mai viste, chissà; cheste sò fatiscenti, pé cchisto ‘e fetienti si tengono l’immunità”… appunto. Evitiamo che la Salis venga risucchiata di diritto nel novero evocato da De Andrè.

La minima cosa decente che dovrà fare a Strasburgo, per sdebitarsi con la vita di averla risarcita così lautamente dei suoi brutti mesi in Ungheria, e profondere ogni suo sforzo affinchè in tutti i Paesi dell’Unione, anche in quelli cosiddetti civili e benpensanti, le condizioni di vita nelle carceri diventino dignitose. Severe, magari; severissime anche, come può essere necessario con le persone che si sono meritate, ad esempio, il 41 bis. Ma dignitose.