La Creamy a Lamù, da Fujiko a Sailor Moon, passando per Candy Candy e Dragon Ball. Sono sempre di più anche in Italia coloro che, imitando con i loro travestimenti le eroine e gli eroi dei cartoni animati, stanno conquistando sempre più seguaci e ammiratori, diventando talvolta vere e proprie star, anche grazie ai social che hanno reso alcuni di loro veri e propri influencer capaci di guadagnare fior di quattrini grazie ad accordi con grandi brand per servizi fotografici ad hoc, promozioni di prodotti,  produzione di contenuti speciali. Un fenomeno, quello del Cosplay, che, partito dal Giappone, dove la passione per manga e anime spopola da sempre, è in continua crescita, aiutato anche dal fatto che gli italiani da sempre eccellono nell’arte sartoriale (non è un caso che i nostri cosplayer si piazzino sempre molto bene nelle più importanti competizioni internazionali). Sì perché per essere un vero cosplayer, “puro”, fedele alla tradizione, bisogna realizzare con le proprie mani i costumi che si indossano, anche se in realtà oggi molti li acquistano da negozi specializzati o li fanno realizzare da sarti professionisti. Il termine Cosplay, d’altronde, nasce dall’unione delle parole inglesi “costume” e “play” (gioco, interpretazione) e indica la pratica di indossare un costume artigianale che rappresenti in maniera fedele un personaggio di cartoni animati, fumetti, serie tv, videogiochi, di cui il cosplayer imita gesti e atteggiamenti. In giro per il mondo sono nati, infatti, tantissimi eventi dedicati, con gare presiedute da giurie severissime che valutano proprio l’artigianalità e la qualità dei costumi, oltre alle performance dei cosplayer, che in Italia sono rappresentati per l’83,3% da donne.

E che la moda del cosplay, dopo la pausa dovuta alla pandemia, sia in crescita lo dimostrano i dati. Nel Bel Paese il numero di appassionati, di coloro cioè che partecipano a fiere ed eventi di settore (negli ultimi anni si sono moltiplicati registrando cifre da record; v. box a sinistra), ha raggiunto secondo alcune stime quota un milione, interessando un pubblico piuttosto trasversale: giovani e giovanissimi, ma anche adulti e famiglie con bambini, che muovono un bell’indotto nelle città ospitanti fra ticket di ingresso alle manifestazioni, merchandising, ristoranti, hotel e mezzi pubblici. Un giro d’affari annuo stimato di circa 150 milioni di euro. I Paesi in cui il fenomeno è più sviluppato sono gli Stati Uniti (dove mediamente i cosplayer vengono pagati di più) e il Giappone, dove alcuni professionisti possono guadagnare cifre davvero elevate, come per esempio Enako, la più importante cosplayer giapponese, che nel solo 2022 ha incamerato ben un milione e mezzo di dollari. Ovviamente non tutti riescono a raggiungere cifre da capogiro come queste, mediamente gli introiti annui dei cosplayer più conosciuti al mondo si aggirarano intorno ai 100-200mila dollari. In Italia, e in generale in Europa, i compensi medi sono nettamente più bassi, ma le top cosplayer comunque non se la passano male. «In linea generale» , dice Antonella Arpa, in arte Himorta, fra le più seguite in Italia, da poco uscita con il romanzo a fumetti La Carta del fuoco, «penso che lo stipendio medio di un cosplayer classico sia più o meno quanto quello di un operaio; il salto di qualità in termini di guadagni lo si fa quando si riesce a diventare anche un influencer con un certo seguito. Io, per esempio, percepisco guadagni più da content creator che da cosplayer, e gli introiti sono ovviamente proporzionali all’ampiezza della mia community». Se si è intraprendenti e lungimiranti, intorno al cosplay si possono comunque creare interessanti opportunità lavorative. Come è successo, per esempio, a Gabriella Orefice, cosplayer che ha vinto negli anni svariati concorsi e che ha affiancato a questa sua passione lo studio, laurendosi in architettura e diventando designer e scenografa per gli eventi di settore. «Non tutti riescono a seguire le orme delle cosplayer più conosciute che, oltre a essere chiamate come ospiti in svariati eventi, vengono ingaggiate e pagate come influencer, in base al numero di follower e like, dal brand di turno per pubblicizzare prodotti o produrre contenuti ad hoc», spiega. «Il cosplay però dà la possibilità, per chi lo fa con zelo e in maniera professionale, di acquisire diverse abilità. Ci sono colleghi, per esempio, che sono diventati costumisti, come Nadia Baiardi, che ha disegnato costumi anche per alcuni videogame, o make-up artist, come ad esempio Francesco Sanseverino, che oggi lavora abitualmente per serie tv e film horror». Anche Ambra Pazzani, pure lei con un bel seguito sui social, ha fatto qualcosa di simile co-fondando CosPro, un’agenzia dedicata proprio al mondo del cosplay. «Si può lavorare col cosplay come influencer, figuranti, sarti, artigiani o manager, ma, come per tutti i mestieri, serve sempre una buona strategia di marketing. Per fortuna oggi sempre più aziende investono nei cosplayer, riconoscendone il grande potere mediatico».