Negli ultimi anni il modello di creazione di valore del private equity è profondamente cambiato. Accanto alle tradizionali leve finanziarie, è cresciuta l’importanza dell’execution operativa, della qualità dei dati e dell’innovazione tecnologica come strumenti per migliorare produttività, marginalità e competitività delle imprese partecipate. In questo contesto, anche l’intelligenza artificiale si afferma come fattore destinato a incidere sui modelli organizzativi e decisionali delle aziende.

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Sono alcune delle conclusioni cui giunge la ricerca “Beyond Buzzwords: il valore si crea nell’execution”, realizzata da AIFI in collaborazione con BIP Corporate Finance & Strategy, analizza il ruolo della tecnologia, dei dati e dell’intelligenza artificiale nei processi di creazione di valore del private equity. Basato sulle risposte di 44 operatori attivi in Italia e su sette interviste qualitative, lo studio esamina come i fondi integrino queste leve lungo l’intero ciclo di investimento, dalla selezione delle opportunità fino all’exit, evidenziando come il vantaggio competitivo non derivi dall’adozione della tecnologia in sé, ma dalla capacità di tradurla in risultati concreti.

L’indagine – presentata all’ultimo meeting di Aifi a Ischia – mostra come questi elementi siano già entrati stabilmente nella fase di investimento. Il 43% degli operatori attribuisce un peso elevato alla tech readiness nella definizione della investment thesis, mentre il 61% analizza sistematicamente sistemi Erp, qualità del dato, reporting e organizzazione IT durante il pre-investment. La due diligence tecnologica resta però selettiva: oltre la metà dei fondi la attiva soprattutto nei settori caratterizzati da una maggiore intensità tecnologica o dalla presenza di specifici rischi digitali. Una volta conclusa l’acquisizione, l’attenzione si concentra sull’implementazione del piano di sviluppo. Il 77% degli operatori considera Erp, reporting e standardizzazione tra le tre principali priorità dell’holding period, con l’obiettivo di costruire una base informativa solida che consenta un efficace controllo della partecipata e favorisca l’esecuzione della strategia industriale. L’intelligenza artificiale, pur riconosciuta come una leva di grande potenziale, occupa ancora un ruolo secondario nelle attività operative quotidiane, segno che molte imprese stanno consolidando i presupposti organizzativi necessari per sfruttarne appieno le opportunità. La ricerca evidenzia inoltre come il principale limite alla trasformazione non sia tecnologico, ma organizzativo. Resistenza al cambiamento, carenza di competenze e necessità di rafforzare la governance rappresentano i principali ostacoli all’execution. Per superarli, i fondi ricorrono soprattutto al coinvolgimento di operating partner, advisor specializzati e manager con competenze tecnologiche, affiancando il management delle partecipate nell’attuazione dei progetti di trasformazione. L’impatto della tecnologia emerge con forza anche nella fase di disinvestimento. Il 44% dei fondi attribuisce un peso significativo alla trasformazione tecnologica nella costruzione della equity story, mentre il 68% indica nei miglioramenti misurabili di Ebitda, ricavi e costi l’elemento che incide maggiormente sulla valorizzazione della società in fase di exit. La tecnologia viene quindi premiata quando produce risultati tangibili e misurabili, supportati da sistemi di reporting e governance adeguati. Guardando ai prossimi anni, lo studio evidenzia un cambio di prospettiva: se oggi l’AI è ancora poco diffusa nelle attività operative, il 77% degli operatori la considera la principale leva di creazione di valore per i prossimi 24-36 mesi. L’evoluzione, tuttavia, passerà non solo dall’adozione di nuove tecnologie, ma soprattutto dalla capacità di integrarle nei processi aziendali, rafforzando organizzazione, competenze e cultura manageriale. È proprio questa capacità di execution, conclude la ricerca, a rappresentare il vero fattore distintivo nella creazione di valore del private equity.