di Gian Marco Litrico
Il 16 settembre, nell’emiciclo di Strasburgo, Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, ha detto a Mark Carney, primo ministro canadese presente in aula, una frase che fino a un anno fa avrebbe fatto inorridire qualunque burocrate di Bruxelles: “Vorrei lavorare con te per aprire la porta al Canada come primo membro associato dell’Unione europea (Ue)”. Uno status che non esiste nei trattati e che andrebbe inventato da zero.
Il giorno dopo Carney ha parlato davanti al Parlamento europeo e ha messo subito le mani avanti: “Non siamo alleati delle belle giornate. Non perseguiamo accordi a somma zero”. Quanto all’etichetta, ha aggiunto, conta più la sostanza, e il Canada non cerca l’adesione piena. La sostanza è un elenco concreto: minerali critici, difesa industriale, intelligenza artificiale e calcolo, energia, spazio, pagamenti. Non è un capriccio dell’ultima ora. Il Canada è già il primo paese extraeuropeo ammesso a Security Action for Europe (Safe), il programma da 150 miliardi di euro per gli appalti congiunti della difesa. Il Comprehensive Economic and Trade Agreement (Ceta), l’accordo di libero scambio in vigore in via provvisoria dal 2017, ha fatto crescere gli scambi di circa il 75% in meno di un decennio, secondo i conti della stessa von der Leyen, pur mancando ancora la ratifica di dieci parlamenti nazionali, tra i quali, per chi lo avesse dimenticato, quello italiano. È l’estensione di un’architettura costruita in silenzio per dieci anni e accelerata bruscamente dalla guerra commerciale con Washington.
Washington minaccia dazi, Ottawa cerca un Piano B
“The Donald” ha reagito nel suo “stile”. Ha definito l’idea “risibile” e il Canada un “pessimo partner commerciale”, poi ha avvertito che se la giudicasse “anche solo minimamente un atto ostile” metterebbe “dazi molto seri” o smetterebbe di commerciare con l’Europa su molti prodotti. Ricapitolando: chi da mesi evoca l’annessione del Canada come cinquantunesimo stato minaccia di trovare ostile che il Canada dialoghi con qualcun altro.
Il paragone tra i due scenari, che i critici evocano con disinvoltura, non regge. Il primo nasce da una minaccia: una potenza con leva economica reale, nessun consenso canadese e la cancellazione di fatto di politica estera, seggio alle Nazioni Unite e valuta. Il secondo nasce da un’iniziativa che Ottawa ha sollecitato, ma di cui non ha scelto nemmeno l’etichetta, si negozia clausola per clausola e, ha promesso Carney, il testo finale sarà discusso e votato dal Parlamento canadese. Von der Leyen ha rivendicato un’intesa “non contro qualcun altro, ma per la nostra forza comune”. Equiparare le due cose significa confondere un ricatto con un accordo commerciale.
È ragionevole prevedere che, esaurita la stagione di Trump, Canada e Stati Uniti tornino partner strategici: geografia, industria dell’auto, reti energetiche e difesa aerospaziale comune non si cancellano. Ma non sarà un ritorno allo status quo ante. Il protezionismo americano, dalle clausole “Buy American” alle filiere strategiche, precede Trump ed è trasversale a Washington, e Ottawa ha toccato con mano il costo della dipendenza esclusiva: il “Piano B” con l’Europa resterà.
Il Canada non inventa un modello: segue una traiettoria già percorsa da democrazie che con l’Europa condividono stato di diritto, diritti umani, tutela ambientale ed economie aperte, restando sovrane. L’Australia ha concluso a marzo, dopo otto anni di negoziati, un accordo di libero scambio con l’Unione (in attesa di ratifica) e ha firmato un partenariato di sicurezza e difesa, restando pilastro di Aukus, il patto militare con Stati Uniti e Regno Unito. “Possiamo essere geograficamente lontanissimi, ma non potremmo essere più vicini nella visione del mondo”, ha detto von der Leyen a Canberra. Il Giappone ha in vigore dal 2019 due accordi di partenariato con Bruxelles, economico e strategico; la Corea del Sud applica dal 2011 il proprio accordo di libero scambio. Nessuno dei tre passa per satellite di qualcuno.
Sovranità e regole: il nodo che divide Ottawa
A Ottawa la partita si gioca sul terreno interno, e l’antagonismo tra Carney e Pierre Poilievre, leader del Partito conservatore del Canada, va in scena una volta di più. Poilievre, uomo di slogan, aveva reagito sul social X alle prime indiscrezioni: “Non saremo MAI il 51° stato americano. E non saremo MAI il 28° stato dell’Ue”. Al ritiro del suo gruppo parlamentare a Penticton ha scelto l’accusa più comoda: “Il primo ministro deve mettere d’accordo le sue versioni. Dice di volere una possibile adesione associata o un’alleanza unica o qualunque altra cosa stia negoziando in segreto con l’Ue”. La linea rossa, ribadita online: nessuna tassa, nessuna legge e nessuna politica migratoria a frontiere aperte dell’Ue devono essere imposte ai canadesi, perché “il Canada deve essere indipendente e sovrano. Punto”. Carney ha trasformato la parola “segretamente” in un boomerang: l’intesa finale passerà per il voto del Parlamento.
Le obiezioni hanno però un nucleo serio: una cooperazione stretta su intelligenza artificiale, energia e minerali comporta un’inevitabile convergenza regolatoria sulle norme europee. Il precedente più vicino, lo Spazio economico europeo (See) di Norvegia, Islanda e Liechtenstein, poggia sull’articolo 217 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea, che potrebbe servire anche a Ottawa, e mostra il rischio: nel dibattito norvegese lo chiamano “fax democracy”, perché quei paesi recepiscono regole scritte a Bruxelles senza un commissario, un ministro nel Consiglio o un seggio al Parlamento europeo per concorrere a scriverle. Fermo restando che tra una subordinazione regolatoria settoriale e volontaria e un’annessione minacciata a colpi di dazi corre la differenza che passa tra un contratto imperfetto e un’estorsione.
Il punto debole di Poilievre, semmai, non è la predica, ma il pulpito. Cresciuto a Calgary, roccaforte del conservatorismo populista, il paladino della sovranità è in Parlamento dal 2004 e ha votato contro l’assistenza odontoiatrica pubblica, contro la copertura pubblica per farmaci contro il diabete e contraccettivi e contro il salario minimo federale a 15 dollari. È una sorta di Trump delle praterie con un repertorio già conosciuto: l’establishment corrotto contro la gente comune, i tecnocrati di Ottawa contro il buonsenso della provincia.
Nel 2022 appoggiò i camionisti del Freedom Convoy che paralizzarono la capitale, e si presenta oggi come l’unico custode della sovranità. L’associazione con la destra trumpiana, mentre Trump minacciava il Canada, gli costò le elezioni federali nel 2025, dilapidando 25-29 punti di vantaggio nei sondaggi. Carney ha elencato con precisione cosa ciascuno dei due partner porta in dote: l’Europa mercato, ricerca e manifattura avanzata; il Canada energia “su larga scala e in ogni forma”, depositi di oltre 34 minerali critici, competenze in spazio, intelligenza artificiale e calcolo quantistico. Il primo vantaggio per Bruxelles è la diversificazione delle materie prime: von der Leyen ha annunciato un nuovo organismo europeo incaricato di procurarsi e stoccare i minerali critici, e un fornitore alleato riduce la dipendenza da Pechino, dominante nella raffinazione più che nell’estrazione. Al Canada, ha ammesso, servono “capacità avanzate di lavorazione”.
Minerali, energia e Artico: il prezzo della nuova alleanza
Il secondo vantaggio, nelle intenzioni, sarebbe quello energetico. Ma qui la retorica si scontra con i limiti della logistica. Carney offre gas naturale liquefatto (Gnl) e idrogeno su larga scala, ma sulla costa atlantica canadese non esiste alcun terminale di esportazione, solo progetti, frenati dalla mancanza di gasdotti che colleghino i giacimenti dell’Ovest. Costruire impianti di liquefazione, condotte e porti nell’Alto Nord richiede miliardi, lunghi iter autorizzativi e il consenso delle comunità indigene. Per l’Europa, l’energia canadese è una promessa al futuro, non una soluzione per i prossimi inverni.
A questi limiti si aggiunge il classico “labirinto di Bruxelles”. Jean Monnet scrisse nelle sue Mémoires che “gli uomini non accettano il cambiamento se non nella necessità, e vedono la necessità solo nella crisi”. Ma perfino la crisi rischia di impantanarsi: se il Ceta è fermo da anni nelle ratifiche, creare da zero il “membro associato” promette una via crucis diplomatica, con il governo tedesco che ha già messo in dubbio l’etichetta e l’unanimità necessaria. Senza contare l’effetto domino: la formula era stata immaginata a maggio dal cancelliere Friedrich Merz per l’Ucraina e svanì davanti alle resistenze delle capitali; concederla a Ottawa rischia di riaprire la questione per Kiev.
I vantaggi strategici, tuttavia, restano solidi: Safe porta nella difesa europea una base manifatturiera già esistente mentre il riarmo corre contro il tempo, e l’intesa offre a Bruxelles uno schema replicabile con altre democrazie. “Le istituzioni che abbiamo ereditato sono organizzate per geografia, le capacità strategiche di cui abbiamo bisogno sono organizzate per funzione”, ha detto Carney. “Possiamo allearci per funzione, se saremo audaci e ponderati. L’obiettivo non è l’autosufficienza. È la resilienza collettiva”.
Carney ha anche cercato di disinnescare in anticipo l’accusa di costruire schieramenti: “Non propongo un terzo blocco per diventare una potenza rivale, solo con maniere migliori”.
Sul versante cinese non risulta una dichiarazione ufficiale del ministero degli Esteri. Il copione è quello noto, rifiuto della logica dei blocchi e formula “partner, non rivali”, ma la sostanza è un’alternativa occidentale in più in un settore dove la Cina ha una posizione quasi monopolistica.
Più interessante è lo sguardo da Mosca. Anche qui, per quanto emerge dalle fonti consultate, non c’è una dichiarazione ufficiale, e la stampa russa, da Kommersant a Vzgliad, ha dato risalto alla furia di Trump e alle riserve delle capitali europee, cioè al tema più caro al Cremlino: le crepe nel fronte occidentale. Il resto si ricostruisce dai precedenti. Dmitrij Peskov, portavoce del Cremlino, ha più volte distinto tra integrazione economica, su cui “nessuno può dettare nulla a nessun paese”, e alleanze militari. Il 3 aprile Dmitrij Medvedev, vicepresidente del Consiglio di sicurezza russo ed ex presidente, parlando dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione, ha tracciato la linea dura: l’Unione “non è più soltanto un’unione economica” e può trasformarsi “piuttosto rapidamente in un’alleanza militare a tutti gli effetti, apertamente ostile alla Russia”.
I progetti nell’Artico (dove, ha ricordato Carney, il Canada ha 3.000 chilometri di confine con la Danimarca, cioè con la Groenlandia) e l’ingresso in Safe, insomma, sarebbero, agli occhi di Mosca, il lato militare di un’Unione che si allarga. Se si aggiungono le accuse di Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, sui droni canadesi destinati a Kiev e la domanda che circola sulla stampa ucraina (se vale per Ottawa, perché non per Kiev?), si capisce perché per Mosca la sola polemica transatlantica sia già un guadagno netto.
La domanda vera per l’opinione pubblica canadese non è se cooperare con l’Unione europea abbia un costo in termini di sovranità, ma cosa costi di più: allinearsi, in modo negoziato e sotto il vaglio del Parlamento, con un blocco di democrazie che condividono stato di diritto e diritti umani, oppure restare alla mercé dei colpi di testa di un vicino imprevedibile.
Il Canada potrebbe non diventare mai il ventottesimo stato dell’Unione, ma per una convergenza strategica non serve l’unione politica: Australia, Giappone e Corea del Sud lo hanno già dimostrato restando sovrani. L’Europa ci guadagna minerali e capacità industriale; il Canada un’ancora e un’alternativa. I dettagli si scriveranno al vertice di Montreal a fine ottobre. Non si vede perché il Canada dovrebbe essere l’eccezione, e non si vede perché chi ha votato contro l’assistenza odontoiatrica e i farmaci pubblici per i canadesi dovrebbe essere credibile come custode della loro sovranità.
















