di Diletta Talenti
Un dato racchiude tutte le contraddizioni del settore dei lubrificanti: l’Italia è il paese europeo che ricicla meglio gli oli industriali esausti, ma i suoi impianti di rigenerazione lavorano in modo stabile alla metà della capacità disponibile. Un comparto strategico si trova così stretto fra un meccanismo di raccolta che gira bene e una filiera delle materie prime sempre più fragile, condizionata da tensioni geopolitiche che pochi anni fa nessuno avrebbe previsto di dover affrontare. I numeri arrivano dal CONOU, il Consorzio Obbligatorio degli Oli Usati: nel 2023 il paese ha toccato il 100% di raccolta degli oli usati e il 98% di avvio alla rigenerazione, per 183.000 tonnellate trattate. Un risultato che non ha pari in Europa, superiore anche a quelli di Germania e Francia, pur dotate di apparati industriali più imponenti. Questo primato, però, non si traduce in un pieno vantaggio competitivo per le imprese, che operano in condizioni via via più complicate.
La contraddizione la conosce da vicino Andrea Langella, imprenditore napoletano alla guida della SIRAL S.p.A. (Società Italiana Raffineria e Lubrificanti), gruppo con oltre 200 dipendenti, un fatturato superiore ai 40 milioni di euro e una produzione che supera i 20 milioni di litri l’anno. Fondò l’azienda a vent’anni, dopo che il padre fu costretto ad abbandonare l’attività a causa di un grave incidente stradale. Oggi la SIRAL è tra i principali produttori italiani di lubrificanti, con una clientela che comprende nomi come Repsol ed Eni e distributori in 36 paesi con il marchio Siroil. “Noi oggi navighiamo a vista – afferma Langella – . Le tensioni geopolitiche hanno spostato i fornitori. Stiamo pagando in anticipo materiali che vengono da altri paesi, come l’Azerbaigian, l’Egitto, l’Uzbekistan, rischiando per far arrivare prodotti che non sono della stessa qualità che prendevamo in Europa. La catena di approvvigionamento europea fa fatica, visto il conflitto in Ucraina e le sanzioni imposte alla Russia, oltre alle tensioni nel Mar Rosso”.
Le basi lubrificanti, materia prima essenziale per produrre oli motore, idraulici e industriali, venivano acquistate tradizionalmente presso grandi raffinerie europee quali ExxonMobil, Eni e Sonatrach. Quella filiera oggi si è spezzettata e le aziende italiane devono rivolgersi a fornitori alternativi: prezzi più contenuti ma rischi ben maggiori, e soprattutto l’impossibilità di ottenere le garanzie bancarie consuete come le lettere di credito. “Tutti questi paesi che stanno crescendo, Turchia, Egitto, si stanno arricchendo con queste sanzioni e questi blocchi” osserva Langella. “Ci portano a comprare prodotti di origine diversa, fare omologazioni di nuovo, arrivano in ritardo, arrivano a prezzi più bassi ma con il rischio di pagare tutto in anticipo. Se succede qualcosa perdi il denaro versato”.
Di fronte a questo quadro si impone una domanda sempre più pressante: perché l’Italia non valorizza fino in fondo il proprio sistema di raccolta degli oli esausti per abbattere la dipendenza dalle importazioni di basi vergini? Quando funziona, la rigenerazione dell’olio esausto permette di recuperare fino al 70-80% di olio base riutilizzabile, con rese che lo avvicinano al prodotto ricavato dalla raffinazione del greggio. Langella la materia la conosce: per anni la sua azienda ha gestito un impianto di rigenerazione, ceduto oltre dieci anni fa a un gruppo russo, che ricavava dall’olio esausto basi lubrificanti, gasolio leggero e fondi bituminosi per asfalti. Gli impianti italiani di rigenerazione, tre in tutto, hanno una capacità doppia rispetto all’olio esausto che oggi ricevono. Girano al 50% pur sostenendo gli stessi costi fissi del 100%. Un’inefficienza strutturale che si potrebbe superare in due modi: incrementando la raccolta interna, recuperando la quota di olio esausto che ancora sfugge al circuito, oppure importando olio esausto da paesi terzi, in particolare dal Nord Africa, dove Algeria, Libia ed Egitto dispongono di grandi volumi di prodotto oggi smaltiti senza controllo.
“In Libia ce n’è tanto, lo buttano. In Algeria ce n’è tanto” dice Langella, che segnala tuttavia come la normativa europea sui rifiuti renda difficilissima la movimentazione transfrontaliera di questi materiali, con ogni regione che adotta regole proprie e la classificazione come rifiuto che di fatto paralizza qualsiasi flusso commerciale strutturato. La via d’uscita, secondo l’imprenditore, sarebbe considerare l’olio esausto importato non come rifiuto ma come materia prima seconda: una distinzione giuridica già praticabile in alcuni casi, che però necessiterebbe di un intervento normativo chiaro e coordinato su scala europea. “Incentivate questa parte e trovate soluzioni con i fornitori, diverrebbe una normalità in Europa” è l’appello che Langella indirizza alle istituzioni. La questione si colloca in un più vasto disegno di economia circolare che l’Italia va costruendo con esiti tangibili. Fra il 2019 e il 2024 il tasso di riciclaggio dei rifiuti urbani nel paese è cresciuto di 4,5 punti percentuali, stando al Rapporto sull’Economia Circolare 2026 presentato a Ecomondo. In questo scenario il comparto degli oli lubrificanti è un’eccellenza già affermata, ma anche una prova per verificare se l’Italia sappia convertire la propria leadership ambientale in un reale vantaggio industriale.
La SIRAL S.p.A. mostra come sia possibile far crescere un’impresa manifatturiera competitiva in un settore ad alta intensità regolatoria. L’azienda lavora in regime di deposito fiscale, una delle poche autorizzazioni del genere presenti in Italia: se da un lato ciò rappresenta una barriera all’ingresso per i concorrenti stranieri, dall’altro comporta oneri burocratici e fiscali rilevanti. Malgrado gli ostacoli, il gruppo ha continuato a espandersi, reinvestendo secondo Langella l’80% degli utili in innovazione, tecnologia e infrastrutture produttive per oltre dieci anni. Il fatturato si ripartisce oggi quasi alla pari tra mercato italiano, al 45%, ed estero, al 55%, con una presenza in 36 paesi attraverso il marchio Siroil. Le vetrine di riferimento sono Automechanika Francoforte, Shanghai e Dubai, i tre grandi appuntamenti internazionali dell’automotive aftermarket.Oggi il gruppo riunisce sei società: SIRAL per i lubrificanti, IFA per i filtri aria olio e gasolio, Lufra per materassi e cuscini in memory foam distribuiti nelle grandi catene della distribuzione organizzata, e Sirdet per la detergenza domestica con il marchio Delizia. Una diversificazione che segue una logica ben definita: tutti i comparti confluiscono sul canale della grande distribuzione non food, dove lo stesso buyer può trattare lubrificanti, filtri, prodotti per la casa e per la cura della persona. Una visione industriale rivolta alla filiera nel suo insieme, non al singolo prodotto.
Il futuro del mercato dei lubrificanti sarà segnato da due grandi variabili. La prima è la transizione energetica: l’elettrificazione del parco auto ridurrà via via la domanda di oli motore per autotrazione, ma aprirà spazi per lubrificanti specializzati destinati ai sistemi di trasmissione dei veicoli elettrici, ai fluidi per il raffreddamento delle batterie e agli oli per trasformatori elettrici, un segmento dove SIRAL è già presente. La seconda è di natura geopolitica: la frammentazione delle catene di approvvigionamento mondiali rende sempre più strategica la produzione locale, basata su materie prime seconde come gli oli esausti rigenerati. L’Italia, il sistema per farlo, lo possiede già.
















