di Diana Daneluz

Ogni prodotto o servizio che acquistiamo ha un prezzo: quello riportato sul nostro scontrino. Ma in quello scontrino non sono riportati i costi che invece rimangono a carico dell’ambiente, della salute e della società: danni collaterali, vizi occulti, inquinamento, diseguaglianze, corruzione… E dunque? Dal palco del quarto congresso Future Respect, organizzato a Roma promosso da ConsumerLab in collaborazione con Markonet (con la mediapartnership di Economy), che ha riunito istituzioni, imprese, associazioni dei consumatori, Terzo Settore e giovani introno al tema della verifica della sostenibilità, Francesco Tamburella, Coordinatore di ConsumerLab, ha lanciato la WE (Weight of Enternality): «WE è la moneta invisibile che può cambiare il mondo perché indica in maniera tangibile e puntuale il valore delle eventuali esternalità, completando il prezzo reale di ogni bene e servizio in vendita; in questo modo l’acquirente (consumatore o impresa) è in grado di poter orientare i suoi acquisti su altri beni e servizi più conveniente, cioè rispettoso degli altri a tutto campo; rispettoso anche del futuro di tutti. Tanto maggiore è WE tanto minore è il valore di ogni bene o servizio; quindi deve influenzare un Consumatore consapevole nelle scelte di acquisto una moneta “invisibile” che servirà a dare conto di questi costi: più alto sarà il valore della WE, meno più quel prodotto o servizio, messo a confronto con altri simili, non andrà acquistato».

«Lo sviluppo sostenibile si raggiunge solo tutti insieme. E ancora non ci siamo», ha sottolineato il coordinatore di ConsumerLab. «I numeri ci dicono che solo il 12.10% delle 3.482 imprese con più di 250 dipendenti pubblica un bilancio di sostenibilità; la percentuale scende al 7.40% tra le 24.256 Imprese con 50-250 dipendenti e allo 0,66% (66 ogni diecimila) tra le 196.855 con 10-49 dipendenti. Di più: oltre la metà dei cittadini, il 57%, non conosce gli obiettivi di sviluppo sostenibile anche se in 6 anni tale percentuale è diminuita del 22% (era il 79%). Neanche un decimo dei consumatori acquista poi consapevolmente prodotti di imprese sostenibili». I dati sono quelli del report “Future Ability – Riconsiderare il modo di produrre, consumare, lavorare e governare (lo si trova sul sito Future-respect.it). «E i giovani sono attenti ai criteri di sostenibilità nello stile di vita più a parole che nei fatti: solo 1 GenZ su 14 rispetta correttamente detti criteri nelle sue scelte di acquisto», ha detto Tamburella.

 

Difficile orientarsi

D’altronde, per i consumatori che cercano consapevolezza per orientarsi nel mercato, i report di sostenibilità non hanno ancora raggiunto risultati efficaci, così come le strategie di marketing e pubblicitarie ad oggi adottate. Come ha confermato Michele de Tavonatti (Consiglio Nazionale Commercialisti – Esperti Contabili), per il quale la sostenibilità fenomeno è più complesso e non può essere ridotto nei limiti dei bilanci di sostenibilità e negli Esg: «Le imprese stanno “filosoficamente” passando dal concetto di massimizzazione del profitto (che pure resta imprescindibile) ad una consapevolezza ambientale e sociale. Ma è un “passaggio”, appunto, nel quale con un aggiornamento costante delle competenze un commercialista preparato come consulente d’impresa è figura centrale di accompagnamento». La pensa così anche Alfonso Pecoraro Scanio (Fondazione Uni Verde): «Non basta “essere a posto con le carte”, ma servono gli strumenti più innovativi, la tecnologia, l’intelligenza artificiale, per superare le pastoie della burocrazia e di mentalità ed affrontare problemi reali con strumenti reali». Non potrebbe essere più d’accordo Livio De Santoli (Università Sapienza): «Sul tema sono molti gli stereotipi da superare. Gli Esg impongono una classificazione, un rating, fondato su un modello obsoleto. Serve un confronto che generi una consapevolezza nuova che passi per la coscienza di ciascuno di noi sulla sostenibilità e serve la voglia di cambiare. Su questo l’Università per la sua stessa natura può offrire un valido aiuto, anche in sinergia con imprese di cui però siano accertati e dimostrati i percorsi reali di sostenibilità intrapresi. L’Università potrebbe addirittura farsi carico di elaborare un “suo” rating indipendente».

I buoni esempi

La sostenibilità non si improvvisa: è un obiettivo che si raggiunge con fatica in un percorso che merita di essere raccontato, per ispirare. Così la storia d’impresa può diventare pilastro stesso della sostenibilità e specchio di reputazione, trasparenza e integrità: un nuovo genere letterario, da raccontare e diffondere. Lo fa il progetto BiblHiB, presso il Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università “La Sapienza”, raccontato da Valentina Martino (BiblHuB Sapienza), e che raccoglie le monografie istituzionali delle attività produttive che concorrono alla storia dello sviluppo economico del Made in Italy e lo fanno perseguendo un agire e mettendo in campo innovazione autenticamente sostenibile. Come la De Cecco, che sotto la guida di Giovina Di Cecco ha intrapreso una partnership con l’Università. BiblHiB permette di depositare in una biblioteca il patrimonio storico dell’azienda da sottoporre ai giovani e da far valutare ai docenti, un modello di interazione diverso dal public engagement che produca un nuovo sapere e divulghi efficacemente una cultura della sostenibilità democratica e popolare tra i giovani.

I primi saranno quelli della Generazione Z… che hanno sottoposto a un bonario “fuoco di fila” le imprese, comprese quelle del Terzo Settore. «Cosa si sta facendo davvero?», hanno chiesto ad esempio a Monica Franco (AssoretiPmi), la cui mission è proprio divulgare la cultura di rete e sui temi Esg e assistere le micro-imprese italiane e start up, nei costosi processi verso la sostenibilità attraverso il contratto di rete di imprese (ad oggi ci sono più di 9.000 contratti d’impresa con circa 48.186 imprese). Al vaglio della GenZ anche Carmine Daniele (Vice D.G. e Direttore Area Crediti Bcc), con le prime domande sull’impatto della tecnologia nel settore «come strumento – ha risposto Daniele – che tuttavia non costituisce l’unico elemento per il processo del credito, dove la prossimità e la relazione restano ancora valori fondanti», ma anche Volfango Politi (Anomaleet), Marco Raspati (Recuperiamo), Ranieri Razzante (Summae onlus); Andrea Bigai (Ebs – Associazione Energia da Biomasse Solide), Marco Frateschi (Ecoverde), Paola Traversi (Museo Nazionale del Cinema). Nuovi elementi sono emersi dal confronto dei ragazzi con Davide Scotti (Saipem), Andrea Benassi (Istituto per il Credito Sportivo) sul macro-obiettivo di finanziare solo misure  che assicurino una grande e misurabile ricaduta sulla collettività, Filippo Romani (Lic Packaging), Roberto Natale (Rai), Ida Schillaci (Sustainability Makers) che insieme a Daniele Eccher (Fater), ha raccontato il coinvolgimento sia dei dipendenti nei progetti solidali sia dei consumatori per un utilizzo consapevole e corretti comportamenti d’acquisto e una comunicazione che in azienda vada oltre la compliance normativa per fare cultura della sostenibilità, veicolando messaggi che incidano sulle abitudini di consumo in chiave sostenibile. Al centro del confronto, con le loro testimonianze e proposte di soluzioni concrete per lo sviluppo sostenibile della filiera del mare, anche Barbara Amerio (Amer Yachts), Chiara Coricelli (Pietro Coricelli), Simona Mesciulam (AS Do Mar), Daniela Addis (Associazione Generazione Mare), Cristiano Carocci (Osservatorio Nazionale per la Tutela del Mare), Daniela Mainenti (Università Internazionale Uninettuno).

La sostenibilità richiede l’impegno di tutti,in primis delle imprese: da qui l’invito di Luigi Bottos (Rina) a considerare le certificazioni come «parte del processo che fa della sostenibilità un business di crescita costruttiva e competitiva, non solo un onere, perché servono ad andare a valutare i rischi per soddisfare le aspettative degli stakeholder e contribuire allo sviluppo sostenibile dell’impresa e dell’organizzazione: un utile investimento».

Quei bias sull’elettrico
Sono ancora molti, però, i pregiudizi da superare. Come quelli contro la mobilità elettrica, uno dei temi al centro del quarto congresso Future Respect. Negli ultimi cinque5 anni le considerazioni dei consumatori sono cambiate senza peraltro riequilibrare il peso delle negatività e dei preconcetti. Dall’analisi dei dati pubblicati dalla Corte dei Conti Europea emerge che l’Italia è molto arretrata nel passaggio all’elettrico (18mo posto) e al 4° quarto posto per emissioni dopo Germania, Regno Unito e Francia. Più in generale, i trasporti sono l’unico settore in cui le emissioni di gas serra sono aumentate negli ultimi tre decenni, aumentando del 33,5% tra il 1990 e il 2019. Ridurre in modo significativo le emissioni di CO2 derivanti dai trasporti non sarà facile, poiché il tasso di riduzione delle emissioni è rallentato. Le proiezioni attuali indicano che la riduzione delle emissioni dei trasporti entro il 2050 sarà solo del 22%, molto al di sotto delle ambizioni attuali. Le emissioni per modalità di trasporto riguardano per il 71,7% su gomma, il 14% in acqua, il 13,4% in aria, lo 0,4% su ferro, altro lo 0,5%. Sono dati della  ricerca “Dalla mobilità elettrica alla mobilità sostenibile” di ConsumerLab che nel corso di Future Respect sono stati commentati dalle Associazioni dei Consumatori con Dario Giordano (Udicon),  Mauro Novelli (Adusbef), Ivano Giacomelli (Codici),  Carlo De Masi (Adiconsum) e Laura Pulcini (Adoc), che hanno parlato tra l’altro per lo studio di «vera e propria operazione di verità, quale assist verso un cambiamento di modello di vita per arrivare alla mobilità sostenibile»: circa il 50% degli intervistati non ha sufficienti conoscenze per acquistare consapevolmente, ad esempio un’auto elettrica. Ecco così che Michele Carrus (Federconsumatori) ha sottolineato lo sforzo delle associazioni proprio per spiegare ai consumatori l’impegno necessario della transizione verso la sostenibilità integrale, nella consapevolezza che è un momento positivo per l’umanità che può modificare e migliorare, oltre il semplice ambientalismo, il sistema verso il bene comune.